Flashforward – Missione 1 (14)

Mi dispiace aver saltato due settimane, ma ero in fase “scazzo” e il blog ha continuato solo perchè avevo programmato i post. Per farmi perdonare, preparo la scheda di Pandora, sperando di riuscire a postarla oggi.

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La città di Karga e l’Unione dei Sette

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Beatrix accompagnò il movimento dell’amica, appoggiandosi a sua volta e chiudendo gli occhi, gustando quel contatto. Quello sfoggio di affetto sorprese sia la Naiade sia Darkbolt, lasciandoli momentaneamente sorpresi.

«N-Naiade» rispose arrossendo la guerriera.

«Bene. — li interruppe Zaneide — C’è un appartenente all’unione che non era presente al momento del lancio, l’idiota era a donne, che vi farà da guida: Toruk.»

Da una delle porte sotto gli archi, uscì un ragazzo biondo a petto nudo, molto alto e muscoloso. Non sembrava indossare alcun tipo di protezione, tranne per dei gambali decorati posti sopra degli stivali in pelle. Indossava un paio di pantaloni in pelle, coperti da una stoffa stracciata in più punti che si avvolgeva attorno ai fianchi del ragazzo. Gli occhi erano ciò che più di tutto attirava l’attenzione: uno giallo come quello dei rettili, l’altro azzurro come il cielo. La pupilla era verticale e sottile e tradiva una natura non completamente umana.

«Toruk? — chiese strafottente Darkbolt — Perché lui? Perché mio fratello? Basto io con questi, non ho bisogno della balia!»

«Fratelli?» chiese la Naiade.

Ignorando la domanda della donna, Toruk rispose: «Vacci piano grande eroe, ti credi in grado di gestire un gruppo di sconosciuti in un territorio sconosciuto?»

«Perché tu sì, fratello?» ringhiò Darkbolt, squadrandolo.

«Certo che sì! Sono più forte di te.»

«Va bene, adesso basta — li interruppe Zaneide — Domani mattina alle 9 partirete per esplorare l’avamposto. Per il momento potrete riposare al castello, pranzerete e cenerete con noi nella sala comune. Dirigetevi pure nelle vostre stanze.»

«Cosa, ma…» replicò Darkbolt, ma Zaneide lo interruppe: «Corri – in – camera!»

Il ragazzo sorrise e sussurrò: «Agli ordini.» Puntò una delle porte, piegò le ginocchia e scattò in avanti, più veloce che poté. Prima che raggiungesse la porta, però, questa si aprì e lui andò a sbattere contro un armadio fatto uomo. Rimbalzò e cadde all’indietro, sotto agli occhi vigili del nuovo arrivato che scoppiò a ridere.

«Ethan!» urlò il ragazzo.

«Buono, ragazzino! Datti una calmata e comportati bene.»

L’uomo era alto e nerboruto, fisicamente sembrava provenire dalle terre selvagge. La barba era incolta e i capelli neri sparavano da tutte le parti senza una direzione precisa. Indossava una casacca in pelle marrone, tenuta chiusa da alcune fibbie e un paio di pantaloni larghi. Nonostante l’aspetto ferino, le parole furono pronunciate con la sicurezza di una persona cresciuta nella civiltà, solo un po’ rozza, e anche il portamento era ben lontano dai modi rudi tipici di chi è cresciuto lontano da città e villaggi: stava ben eretto e le braccia erano distese lungo i fianchi. Tra i due, era il ragazzo ad apparire più selvaggio.

«Io mi comporto bene!» si lamentò Darkbolt.

L’uomo rise sguaiatamente.

«Certo, come no!»

«Proprio tu parli?»

L’uomo osservò Darkbolt e un sorriso ironico si aprì sul suo viso. Posizionò le mani vicino al petto chiuse a pugno che si illuminarono leggermente.


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