Epilogo

Darien finì di allacciare il bracciale sinistro e prese l’altro, iniziando a trafficare con le cinghie. Sembrava che quel particolare vestito fosse pieno di accessori, ma il ragazzo continuò con estrema tranquillità a prepararsi. Terence, al contrario, aveva ancora bisogno d’aiuto e stava aspettando che il fratello finisse per poi passare ad aiutarlo. Del resto Darien aveva indossato quegli abiti più di frequente rispetto al fratello minore da quando Kalad’ur era tornato al trono.

«Non riesco ad abituarmici, a volte vorrei tornare a Weiss.»

La voce di Terence era calma e pacata, diversa da quella allegra e spensierata di solito. Darien non sopportava di vederlo così, sapeva che gli mancavano i boschi e la neve di Weiss, ma non potevano tornare alla vita di prima.

«Per me è diverso. Io ho dei ricordi qui. In ogni caso ne ho parlato con mia madre, dice che se proprio non vogliamo restare sempre, possiamo tornare lì qualche volta. Per qualche mese.»

Darien capiva Terence. Sapeva a cosa si stesse riferendo, ma era cosciente anche del fatto che non si poteva tornare indietro. Inoltre non sapeva bene come regolarsi con suo padre, non capiva come dovesse chiamarlo. A volte aveva anche la sensazione che a Kalad’ur non gliene importasse nulla, ma le questioni di sposarsi e avere degli eredi per la facciata e tradizioni non aveva senso, non per un dio che per secoli non ne aveva sentito il bisogno. Forse non manifestava i propri sentimenti apertamente, o forse non ne era capace. In ogni caso, Darien si sentiva fuori luogo, esattamente come Terence.

«Lo so Darien ma…»

La porta della stanza si aprì di colpo e un fulmine rosso lo attraversò, entrando nella stanza e richiudendola dietro di sé di botto.

«Scusate, ma io quei cosi non li voglio mettere. Quell’arpia non mi lascia tregua!»

«Quell’arpia è stata scelta da Marquise per aiutarti ad ambientarti alla vita al castello.»

«Oh Daimon, lo so… ma resta lo stesso un’arpia. Io quel coso lungo e stretto non lo indosso! Non posso muovermi!»

Il ragazzo trasalì. Lui e il fratello non si erano ancora abituati ai loro veri nomi, al contrario di Isy.

«Eppure ti starebbe bene» disse Terence.

«Dici?» chiese la ragazza arrossendo.

«Potresti chiedere a… alla nostra nobile madre. Magari ha qualche soluzione.»

«Daimon, papà dice che dobbiamo chiamarli così solo in presenza di estranei. Lui non sopporta quell’epiteto.»

«Sì, ma io ci devo fare l’abitudine, Marquise.»

«Un mese non basta?»

«A cancellare sedici anni di abitudini? No. Nonostante abbia ancora i miei ricordi da bambino, non ce la faccio.»

«Neanche tu riesci a usare i vostri veri nomi?»

«No. – si intromise Terence. – Non ce la faccio, è più forte di me. Poi non è che mio padre sia di tanto più grande di me e a tratti sembra più infantile. Inoltre sembrerebbe non andare d’accordo con mia madre.»

«Questa cosa rattrista anche Belial» disse Darien cercando alcune spille che doveva appuntare.

«Però Tj è carino, a me piace molto» disse Isy.

«Cos’hai scoperto oggi?» Terence cambiò discorso prima che Isy dicesse qualcos’altro che lo facesse arrossire.

«Oh! Papà ha riattivato un incantesimo stupendo! Però non posso più esplorare… cioè è troppo facile. In pratica al piano di sotto quando vuoi andare da qualche parte, ti avvicini a una porta e pensi alla stanza e ti condurrà lì. Oggi ho trovato la biblioteca.»

«Vai d’accordo con tuo padre, vero?» chiese Terence.

«Non lo so, a dire il vero. È sempre impegnato e anche la mamma lo segue sempre, ma per me è strano. È bello dire “mamma” e “papà”. Non ho mai saputo chi fossero. Spero di riuscirci a parlare più spesso, sembra che avranno più tempo d’ora in poi!»

Qualcuno bussò alla porta, ma il visitatore non attese risposta, aprì ed entrò. Belial indossava un abito corto, ma con la gonna larga e con le maniche abbastanza grandi da coprirle le mani.

«Mi hanno detto che non vuoi vestirti» Belial si rivolse prima ad Isy e poi a Terence. «A quanto pare anche tu hai problemi.»

«A lui ci penso io. Ha solo problemi a ricordarsi le varie parti dove si mettono» disse Darien, agganciando infine il mantello all’armatura da cerimonia che gli avevano procurato per l’occasione.

«Come Toruk.»

Terence trovò strano che quella donna lo trattasse come uno dei suoi figli, sembrava essere molto legata a suo padre e ogni tanto ripensava a quando lei era seduta al tavolo come Astrid a parlare con lui. Nei suoi ricordi aveva detto che avrebbe fatto meglio a ucciderlo, e lei stessa gli aveva confermato ciò: “Una buona amica avrebbe alleviato le sue sofferenze. Ma io non volevo perderlo, sono egoista e ho fatto il possibile. Mai avere rimpianti. Mai.

«Allora Marquise, qual è il problema?»

La ragazza si dondolò sulle gambe per un po’. Poi finalmente rispose: «Non mi piace quel vestito, troppo stretto. Mi sento legata e inerme.»

«Tutto qui? Non è nulla a cui non si possa rimediare, andiamo!»

La donna trascinò via la figlia che salutò con aria mesta e da condannata a morte i due fratelli.

«Bene. – disse Darien guardando Terence – È il tuo turno ora di prepararti.»

***

Belial camminava davanti ad Isy, scendevano le scale a chiocciola che portavano alla torre che, per qualche strana ragione, Darien e Terence avevano scelto come stanza momentanea, aspettando che quelle belle fossero sistemate. Isy seguiva la madre in rigoroso silenzio, chiedendosi dove volesse portarla. Attraversarono il castello che aveva ormai perso il bianco innaturale che lo contraddistingueva, rivelando le pareti di roccia a cui erano appesi quadri e arazzi.

«Quindi il vestito che è stato scelto non ti piace per la poca mobilità che ti lascia, giusto? Allora vediamo di sistemare la questione» disse la donna, continuando a camminare.

«Ma non posso semplicemente evitare di venire?»

«Se fosse possibile, me lo eviterei anch’io. Chiasso, persone, casino, persone, noia, persone…»

Isy ridacchiò.

«Non ti piacciono le persone?»

«Non fraintendere. Non è che odio stare in compagnia. Odio stare in compagnia di gente che non conosco, tutto qui. Tu, invece? Cos’è che non sopporti?»

Isy si sorprese, non si aspettava una domanda simile.

«Non lo so. Le cose amare credo.»

«Le cose amare?»

«Oh sì, non mi piacciono. Poi mi hanno detto che sono veleni.»

Belial ridacchiò.

«Non proprio, di solito si sente come amaro qualcosa che non dovremmo mangiare, ma in alcuni casi è un sistema di difesa della “preda”, sia che si tratti di una bacca, sia di un animale, tutto qui. Ma sui gusti non discuto.»

Arrivarono nell’ingresso del castello e da lì uscirono in giardino, dove il palco era stato smantellato. Belial estrasse un ciondolo da una tasca interna del mantello e disse ad Isy di toccarla: si sarebbero trasportate vicino alla città, che si trovava un po’ più a valle rispetto al castello. Comparvero in una stradina della città che Isy fatica a riconoscere dopo solo un mese dalla fine dell’impero di Cristoph. Il vociare di alcuni bambini che scappavano da una donna inferocita sarebbe sembrato normale anche a Folkedorf, ma il fatto che i bambini avessero le corna e che chi l’inseguiva fosse un’elfa oscura rendeva il tutto comico e inquietante allo stesso tempo. La città era ancora in costruzione, sembrava che gli abitanti stessero facendo il possibile per cancellare il passaggio dello Squadrone, ma alcuni sembravano pazzi nelle loro azioni. Uno gnomo correva per la città, evocando con un incantesimo delle sfere di vernice colorata che andavano ad imbrattare qualsiasi superficie bianca. Un soldato in armatura nera tentava di fermarlo, ma si ritrovò anch’esso coperto di vernice.

«Tornerà la normalità in questa città?»

Belial rise. «Normalità? Nella periferia di Transyl? Non c’è mai stata, tenendo conto che è anche una delle zone più pericolose della città, non che le periferie di altri posti siano più sicure.»

«Io avevo capito che a Transyl abitavano vampiri.»

«A Transyl abitano, arrivano e partono quasi tutte le razze. Giganti, demoni, elfi, gnomi, nani… ma capita più o meno in tutto il Darkside e nel Moonside. Il Sunside invece è più restio ad accogliere indifferentemente tutte le razze.»

«Sembra un bel posto, insomma tutti possono viverci.»

«Né più né meno che in altri posti. Semplicemente qua è più difficile dire: “Ti uccido per la tua razza!”, non trovano scuse più che altro, se vogliono ucciderti lo fanno e basta.»

Isy trovava quel ragionamento un po’ troppo complesso. Per Belial Transyl non era diversa da altre città, ma lei continuava a trovarla molto strana.

«In tutte le città si commettono soprusi, ingiustizie, omicidi… spesso i criminali non vengono trovati o sono troppo importanti per darli in pasto a un giudice. Transyl non è diversa, ma fa paura perché si pensa che i mostri siano più violenti e che le strade della città siano ricoperte di sangue, ma da quel punto di vista forse è più pulita.»

Arrivarono in una zona della città più ricca e vivace, dove sembrava che la ricostruzione fosse a buon punto. I vampiri erano più presenti e gli abitanti sembravano più calmi per certi versi, di certo non c’erano gnomi che giravano imbrattando i muri bianchi.

«Ma lo sciame di vampiri che è arrivato dopo la caduta di Cristoph, da dove è sbucato?» chiese Isy ricordandosi di quei pipistrelli che sono arrivati in massa e che si sono successivamente trasformati in vampiri. Un ulteriore esercito che ha aiutato a liberare la città dagli invasori.

«Da Weiss. – rispose la donna – Erano un gruppo di vampiri che non voleva arrendersi e non voleva scappare. Li ho convinti che l’attesa sarebbe stata la soluzione migliore e che sarebbero comunque potuti essere utili difendendo il piccolo villaggio dove era nascosto l’erede, e così hanno fatto. Hanno mantenuto la forma di lupi e hanno continuato la loro lotta in quello stato, neanche per loro è stato facile. Non riuscite ad abituarvi, vero?»

«No, è tutto troppo diverso.»

«Allora perché non provate a trovare la vostra via? Non riesco a vedervi con quei musi lunghi, avete bisogno di capire cosa sapete fare e di vivere la vostra vita.»

«Ci stai dicendo di andarcene?»

«Non vi sto cacciando, ma chiusi in un castello non vi trovate bene, avete bisogno della vostra libertà e avete bisogno di imparare. L’esperienza sul campo vale mille insegnamenti detti da un maestro.»

Isy si guardava intorno. Le persone camminavano a testa alta, sicure. C’era chi parlava a voce alta e chi invece si faceva i fatti propri. Forse avevano davvero bisogno di andare via.

«Bene, siamo arrivati.»

Isy guardò la porticina che della piccola sartoria. Se non glie l’avesse fatta notare, sarebbe passata oltre senza degnarla di uno sguardo.

«Entro stasera avrai un abito fatto su misura per te.»

***

La sala dove si teneva la festa era enorme. Il soffitto affrescato ritraeva antiche battaglie che si sviluppavano attorno al simbolo della stirpe di Kalad’ur: un drago con la coda attorcigliata attorno al collo e una spada. La rinascita di Transyl e la presentazione della famiglia di Kalad’ur erano state omaggiate da una festa in maschera. In ogni caso Terence riuscì a riconoscere le persone che erano state fondamentali alla dipartita di Cristoph, soprattutto perché le maschere ne rispecchiavano molto lo stile. Zaneide era bianca come al solito, Tanit provocante, Darkbolt eccessivo e così un po’ tutti gli altri. Terence si era un po’ isolato e si era recato al tavolo riservato al cibo per quelli come lui, almeno pensava. Su un altro erano presenti troppi bicchieri contenenti liquidi rossi e non aveva avuto il coraggio di chiedere cosa fossero. In ogni caso, prese solo il cibo che riusciva a riconoscere. Darien era in fondo alla sala, dove erano stati preparati diversi troni, a parlare con suo padre.

«Tua madre mi ha detto che vorresti tornare a Weiss.»

«Io…» Darien si sentiva quasi sottomesso, quell’uomo emanava un’aura attorno a sé di terrore misto a riverenza che creava una sensazione strana a coloro che parlavano con lui. Il ragazzo non capiva se si trattasse di un incantesimo o se fossero i suoi atteggiamenti a creare quei sentimenti contrastanti, in ogni caso per lui era una sensazione sgradevole.

«So cosa provi. Non riesci ad abituarti e non hai le risposte che cerchi, cosa vuoi sapere?»

«Non lo so nemmeno io sinceramente. Sono vecchi ricordi che si mischiano a un’altra vita. E io non riesco a capire dove voglio stare.»

«In questo, sei come tua madre.»

Kalad’ur gli fece cenno di muoversi e insieme, l’uno accanto all’altro, iniziarono a camminare lentamente per la sala.

«Lei non era fatta per rimanere rinchiusa in un posto, questo almeno finché la guerra non finì. E in ogni caso, a volte necessitava di far qualcosa, è nella sua indole, nella sua natura. Per questo ha creato il suo piccolo esercito di Ombre, i suoi fedelissimi che accettano di servirla e di obbedire ai suoi ordini. Non è facile entrare nelle Ombre, ma lei trova solo i migliori, anche se all’inizio può non sembrare, fa uscire tutto il potenziale di una persona, assecondandone la natura. E tu hai bisogno di trovare la tua strada, tutto qui. Forse le mura di un castello ti stanno strette come stanno strette a lei. Da bambina piuttosto che stare chiusa nello stesso posto dava la scalata delle mura della sua città. Ora, se le assomigli in questo, forse le assomigli anche nell’intuito. Non ti è stato raccontato tutto e lo percepisci. Ma quel tutto potrebbe non c’entrare con il presente, ma con un passato sepolto che non si vuole riesumare. Sei sicuro di voler sapere tutto? Sei pronto a questo?»

«Sì. Voglio sapere. La verità, qualunque sia, è potere.»

Kalad’ur sorrise.

«Ebbene? Cosa vuoi sapere?»

«Sì. La prima: perché ci ha separati? Me e Marquise intendo, perché non ha lasciato anche me coi nonni?»

«È stata un decisione dolorosa, Daimon. Tua madre ha dovuto scegliere se abbandonarvi e riuscire a darvi una vita tranquilla oppure scappare con voi, rinunciare al piano di riconquista e passare la vita in fuga, mettendovi ancora più in pericolo. Una volta deciso, ha dovuto mettere da parte i sentimenti e capire come doveva fare per salvare il regno. Pochi sapevano della tua nascita, ma nessuno sapeva di Marquise. Ha portato te da Starke perché sperava tu potessi essere al sicuro, non ha calcolato che avrebbero attaccato Weissfolken, che si trovava nel Sunside, ma per fortuna lei ha imparato a seguire il suo istinto. Dopo la caduta di Transyl è tornata da Starke appena in tempo per uccidere il capitano Blanc e la figlia. Crystal prese il posto di Kara. Il resto lo sai. Lei era forse l’unica a sapere chi tu fossi realmente, una forma di protezione credo. Separandovi, ha garantito che almeno uno dei due eredi avrebbe potuto in futuro reclamare il trono. Non giudicarla per questo, ha fatto il possibile per proteggervi.»

Darien provò un leggero odio, derivato più dalla sua rabbia di essere stato abbandonato che da una vera furia verso sua madre. Lo aveva provato anche lui il dolore nel prendere quella decisione e comunque lei gli aveva donato un’infanzia tranquilla.

«Ok, queste le motivazioni che hanno spinto lei. Ma cosa spinge te?»

Kalad’ur si fermò. Guardò a terra, consapevole di cosa gli stesse chiedendo davvero. Riprese a parlare guardandolo negli occhi.

«So cosa vuoi sapere. Conosco tua madre da quando è nata, ma per varie ragioni mi sono dovuto allontanare da lei. Quando la incontrai di nuovo, qualcuno le aveva cancellato i ricordi, non sapeva più chi ero. Però era attratta da me. A Karga, nella città dove tutto è iniziato, per lei fu come vedermi per la prima volta. Gli altri provano paura, rabbia, repulsione o tutto ciò assieme al solo vedermi; sentivo i loro pensieri, i loro sentimenti e poi c’era lei, assetata di vendetta quale era, i suoi pensieri erano diversi: non aveva paura, anzi provava ammirazione. Sentiva, percepiva la mia forza e la voleva sua. Non era invidia, non provava sentimenti negativi, voleva imparare. E più mi conosceva più i suoi sentimenti diventavano forti, fin quando lei capì di amarmi. Pensava fosse un amore impossibile, anche perché desiderava solo una cosa: uccidere l’uomo che l’aveva portata alla disperazione. Nonostante ciò avrebbe voluto qualcosa di più e io mi spaventai. Quella donna non sapeva chi io fossi all’epoca, non gliene importava, si era innamorata per quello che vedeva davvero e, cosa ancora più incomprensibile per me, non aveva paura. Io sono un mostro, ho fatto cose orribili e ne ho tratto piacere. Lei lo sapeva e non gliene importava. A Karga giocavo dei tiri mancini, niente di ché, scherzetti giusto per rompere la noia, ma con lei non ci riuscivo. Ci provai certo, ma non ci cascò. Non in pieno almeno, mi stava capendo meglio lei dei miei alleati storici. E allora smisi. Capii che con lei non potevo mentire e non l’avrei fatto, ho accettato anch’io quella fragile bambola di porcellana che non aveva paura di me, io che avrei potuto distruggerla in mille modi diversi e sapevo che avrebbe accettato me come Kalad’ur, non come il Re Immortale di Transyl. Ma aveva perso la voglia di vivere. Sì, provava sentimenti, emozioni forti e sapeva voler bene nonostante la sua natura, ma non aveva assolutamente spirito di autoconservazione, letteralmente qualsiasi cosa vedesse di strano, la doveva toccare. Decisi che quel suo particolare carattere andava modificato o l’avrei persa per sempre prima ancora che fosse mia. Dovevo renderla forte e allo stesso tempo dovevo darle una ragione per vivere. La uccisi, la vampirizzai, rendendola così più forte. E la feci mia subito dopo. Avevo bisogno che sopravvivesse e che trovasse una ragione per andare avanti. È questo che sei D, una ragione, una speranza per continuare a vivere. E direi che è servito se quella guerra poi l’abbiamo vinta ed è rimasta viva. Devo più io a te che tu a me, credimi.»

Darien era bloccato. La sua mente aveva bisogno di assimilare quello che aveva sentito, aveva bisogno di tempo. La sua attenzione si spostò, attirata dal brusio insolito che si stava creando in sala.

«Scusami, ora devo andare. Se vuoi continuiamo questo discorso dopo» disse Kalad’ur allontanandosi dal figlio, diretto verso Zaneide. All’improvviso, Darien si sentì a casa. Dubitava che Kalad’ur gli avesse detto quelle cose per farlo contento, non credeva fosse il tipo che diceva quelle cose mentendo. Forse sarebbe stato più credibile se avesse detto che gli serviva un fedele servitore o un essere da sacrificare o qualcosa di simile. Il suo sguardo si spostò nel luogo dove il brusio cessava, notando due donne nel centro di quel ciclone fatto di curiosi. Sua madre e sua sorella sembravano cercare di farsi largo inutilmente. Qualche temerario cercava di attaccare discorso con Isy, ma lei declinava ogni invito. Si vedeva chiaramente quanto fosse a disagio, quanto volesse scappare. Pensò che fosse bellissima nell’abito scelto, con molta probabilità, da Belial. Le maniche non erano attaccate al vestito, ma iniziavano poco sopra il gomito ed erano molto larghe; il suo petto era celato da velluto rosso che si avvinghiava al collo dolcemente e si mischiava con la gonna nera a ruota con un gioco di cuciture creato per rendere lo stacco di colori meno eccessivo. Ma ciò che risaltava maggiormente era la capigliatura: i lunghi capelli neri erano raccolti in due codini alti coronati da strani fermagli. Il vestito di sua madre invece era molto più semplice ma più provocante. Era nero con una parte decorata come il cielo stellato e uno spacco vertiginoso sul lato sinistro della gonna che faceva intravedere le sue gambe mentre camminava, restando serramente chiuso quando era ferma. Belial si avvicinò a Terence. A differenza di Isy che faticava a tenere a bada i curiosi, la regina non doveva insistere per tenerli lontani, del resto pochi audaci osavano rivolgerle la parola. Terence guardò la vampira assoggettato e in parte imbarazzato.

«Cosa c’è? Non ti comportavi così la prima volta che abbiamo parlato.»

«La prima volta pensavo aveste la mia età, pensavo foste una nemica.»

«Non devi essere così formale con me, non ce n’è bisogno. Non parli con tua madre da un po’, vero? Ed eviti anche tuo padre.»

Terence guardò un punto imprecisato del terreno, chiedendosi se fosse il caso di parlare con lei, o se ne avesse voglia.

«Anche se fosse?»

La donna gli porse una mano.

«Balliamo?»

Terence si accorse solo in quel momento che i musicisti avevano iniziato a suonare. “Perché no? Quando mai mi ricapiterà di ballare con una come lei?” Pensò e afferrò la mano della donna.

Belial lasciò che fosse lui a condurre, come chiedeva l’etichetta.

«So come ti senti. Non sai chi è tuo padre e, anche se ora ha un nome, pensavi fosse diverso. Hai in mano una cosa che agognavi, ma il solo pensiero di approfondire ti spaventava. Come se non bastasse, hai la sensazione di aver perso un membro della tua famiglia. Inoltre, non sai cos’è successo, tua madre non è quella che pensavi e nemmeno tu sei chi credevi di essere. Ci sono passata prima di te.»

«Cosa?»

Belial sorrise leggermente. Raramente mostrava i denti, sapeva che molti lo trovavano spaventoso. Il sorriso di un vampiro può fare quell’effetto.

«Immagino che parte della mia storia te l’abbiano raccontata, ma in pochi sanno tutto, neanche tua madre sa tutto in effetti.»

«Ecco, questa cosa vorrei capire. Voi due siete due degli eroi, ma perché sembra che siate separate dagli altri? Ho visto al castello, tu te ne stai per i fatti tuoi, posso capire che hai da fare e tutto il resto ma…»

La donna rise.

«Facciamo così, tu mi fai le domande e io rispondo, ok? Iniziamo da questa: perché non sopporto gli altri eroi mentre per tua madre darei la vita? Giusto?»

«Bé ecco… non volevo essere così diretto ma…»

«Odio girare attorno alle cose. Allora ascolta attentamente, perché credo che non lo sentirai più: cosa penso degli altri? Conosco Crystal fin dall’infanzia, era la mia migliore amica e ne abbiamo vissute un po’. Lei sapeva del mio peccato, ma non gliene importava: “per sempre insieme“, diceva sempre. Gabriel, o, come lo conosci tu, Kram. Credo non sia difficile da capire. La sua famiglia è famosa per le sue lotte al male e sospettava di me, senza motivo in realtà. Non devo dirti altro se non che mal sopportavo le sue battute. Darkbolt era con noi dalle prime missioni per conto degli abitanti del castello di Karga, ma è una mina vagante, un pericolo sia per se stesso sia per chi gli sta accanto. Toruk, il fratello di DB, è forse il mio migliore amico dopo Crystal. A modo suo cercava di tirarmi su e di farmi riprendere se per caso mi abbattevo. Non so quanto questo sentimento sia ricambiato, ma tant’è, all’inizio pensavo che il mio amore non sarebbe andato da nessuna parte, quindi poco importa.»

«Papà…» disse Terence.

«Non voler male a tuo padre. Era una situazione complicata, per nulla semplice. Toruk è il classico spirito libero e tu dovresti evitare di pensare a come sono andate le cose o al come sarebbero dovute essere.»

«Non ti capisco. La fai facile.»

«Perché è facile. Lo so, credimi. A cinque anni sentii mia madre parlare con mio nonno. Quel giorno scoprii, all’insaputa dei miei, che Alexander non era mio padre, che ero nata con uno scopo preciso, che all’epoca non compresi. Quello che credevo essere mio padre, non poteva più avere figli così fu programmata la mia nascita, con un altro. Gli interessati sapevano ed erano d’accordo, ma questa cosa mi fece male, tra l’altro fu per quello che scoprii la risonanza. In ogni caso andai da Alexander per parlargli, ovviamente una bimba di cinque anni arrabbiata non vuole sentire ragioni, ma lui disse che non aveva importanza, che avrebbe firmato un contratto di adozione accettandomi del tutto anche se non ero sua figlia naturale. Quel particolare contratto magico prevedeva che il mio padre biologico rinunciasse ad essere mio padre così che io potessi diventare la figlia di Alexander anche di fronte alla magia. Ora ti chiedo, perché secondo te Asteri accettò?»

Terence si fermò e staccò le braccia da Belial, guardando il pavimento. I suoi pensieri viaggiavano da una parte all’altra, non sapeva su cosa soffermarsi.

«Non lo so, forse voleva dimenticare una figlia che mai avrebbe potuto incontrare.»

«Sbagliato!»

Belial alzò un dito con fare da maestra e lo appoggiò sul naso di Terence.

«Lo fece per darmi un futuro.»

La donna diede un buffetto sul naso di Terence, rimettendo poi le mani lungo i fianchi.

«In quel modo io sarei stata effettivamente la figlia di Alexander e ciò mi avrebbe evitato problemi in futuro. Il destino volle che conobbi Asteri molti anni dopo, ma scoprii la verità solo in seguito. A quel punto, io ero già madre e allora capii il perché di molte cose… del perché mia madre dovette fare quella scelta, del perché non rimase con Asteri o addirittura perché Alexander accettò come sua la figlia di qualcun altro. Non biasimare tuo padre, non sono queste le ragioni che possono spingere qualcuno all’odio. Tu non sai perché siano successe determinate cose o sapere dei sentimenti che hanno spinto Crystal e Toruk a lasciarsi. Non cercare di capire ciò che non si può capire. Accettalo e basta, provare odio per una cosa del genere ti rovina solo la vita. Ora va da Isy, credo abbia bisogno del tuo aiuto.»

Terence guardò nel punto dove Isy stava cercando inutilmente di allontanare un gruppo di uomini che l’aveva accerchiata. Si sentì avvampare. Belial lo vide muoversi verso la figlia sorridendo a quegli uomini che reputava assolutamente meschini e opportunisti. Sorrise tra sé e sé mentre li vedeva allontanarsi riluttanti dalla figlia sotto lo sguardo iracondo di Terence. La donna raggiunse Kalad’ur e fece passare il suo braccio attorno a quello del marito, chiudendo gli occhi e appoggiandosi a lui.

«Belial scusa…»

Aprì gli occhi per guardare il suo interlocutore. Ethan la guardava con fare indagatore, con gli occhi socchiusi e avvicinandosi al suo volto.

«Mi spieghi che cavolo è successo davvero? Magari spiegandolo a tutti dall’inizio.»

«Pensavo fosse chiaro.»

«Veramente… no» disse Tanit, anche lei nel gruppetto che attendeva spiegazioni.

«Che cosa non vi è chiaro?» chiese Belial, non capendo se la stessero prendendo in giro o se davvero non avessero capito. Del resto le persone che aveva davanti non erano mortali ma divine, possibile che non sapessero per davvero?

«Parti dall’inizio. Tipo perché le Moire hanno deciso di darti il Tashka e poi continua» disse Ethan.

«Ok. Le Moire custodiscono il Tashka, ma non ne sono le proprietarie. Si tratta di un oggetto senziente anche se non comunica direttamente con la persona che in quel momento la possiede. All’interno è presente il filo della vita di qualcuno, ma non so di chi. Quando me lo diedero, il Tashka mi fece capire che per poterlo usare avrei dovuto fare prima una cosa per lui, cioè punire Gabriel. Dopo mi mostrò le persone in cui io, Ethan e Gard ci saremmo trasferiti, ma prima dovevo sistemare le cose per i nostri veri corpi, così contattai Christine e le rivelai di volermi separare dai ricordi per sicurezza, e che avrei tenuto il mio corpo nascosto nella Corte, luogo che non poteva essere raggiunto da nessuno. Vi basta? Teoricamente il resto lo sapete.»

«No che non basta. Cos’è successo a Weissfolken?» chiese Ethan.

«Quando arrivai la città era già perduta. Feci in tempo a salvare i bambini dal generale Blanc e a nascondervici i corpi di Kalad’ur e Toruk. Poi sentii arrivare Crystal e mi nascosi. La vidi uccidere Kara che per qualche ragione si trovava lì, forse aveva seguito il padre per ottenere anche lei gloria in battaglia. Era abbastanza precoce come bambina, ma a Crystal poco importava che fosse piccola. In ogni caso ebbe l’idea di trasformarsi in Kara, poi fece tutto da sola, riuscì a infiltrare alcuni assassini e, nel giro di poco tempo, fondò Weiss. Dato che già immagino la domanda successiva, continuo io. Nei miei ricordi c’era parte della mia volontà che vedeva la mia vita da Astrid. In questo modo riuscii a contattare Christine e a dirle che era tempo di agire. Altro piccolo salto temporale e andiamo a Cristoph. Che fine ha fatto? Lord Kalad’ur lo ha letteralmente buttato nella mia Corte, dove Christine lo ha spinto a diventare un incubo, un essere senza volontà a me fedele. Posso andare ora? La festa si sta facendo troppo affollata per i miei gusti.»

Senza attendere risposta si staccò dall’uomo. Si era già stancata della festa e di quelle domande su come e perché. Avevano avuto un mese per fargliele e avevano deciso proprio durante il ballo che volevano risposte. Con passo deciso si diresse verso il giardino e verso il luogo che prediligeva di tutto il castello: il gazebo immerso nei nocturna.

«Credo se la sia presa» disse Ethan sconsolato.

«Tu dici?» rispose Gard.

***

Darien guardava il suo bicchiere senza vederlo. Non si era accorto quanto velocemente si fosse abituato a quella nuova vita, alla sua nuova identità. Guardava Isy cercare di far ballare Ter, ma suo fratello sembrava farlo apposta a non seguire il tempo. Guardò anche gli altri invitati, di coloro che aveva riconosciuto, solo a pochi aveva parlato e i restanti erano facce completamente nuove. Quante altre volte sarebbe successo? Quante altre di quelle sere avrebbe passato? Appoggiò il calice su un tavolo e uscì dall’enorme sala. Attraversò l’atrio e uscì dal portone d’ingresso, iniziando a vagare senza meta per il giardino per parecchi minuti, fino a perdere la concezione del tempo.

***

«Oh dai, non c’è nessuno in giro. È la prima volta che il castello è quasi vuoto.»

Isy tirava un braccio di Ter, volendolo portare in una direzione precisa del castello.

«Isy, hai un’eternità per esplorare il castello e di queste feste temo ce ne saranno parecchie, dai…» rispose il ragazzo, cercando di non mettere troppa forza nel bloccare la ragazza, aveva paura che se Isy avesse perso la presa, sarebbe volata all’indietro.

«Oh! Non fare il testardo!»

Tanto l’avrà vinta lei, lo sai… acconsenti e basta.

«Che?» Terence sentì la voce di Kalad’ur, ma non capì da dove provenisse. Lo sentì ridere.

Daimon e Marquise hanno preso fin troppo da me e Belial, non si arrenderanno solo perché hanno ricevuto un rifiuto. Poi non è su questo che devi dirle di no, vai e basta. Qua rischiate solo di annoiarvi, ma stai attento…

E non finì la frase. Terence vide Kalad’ur parlare con qualcuno che non conosceva, chiedendosi se quello fosse un altro dei poteri del sovrano. Leggeva i pensieri della gente, facile così… peccato che quel ma lo avesse spaventato più di tutto il resto. Sospirò.

«E va bene! Andiamo!»

Isy lo abbracciò.

«Sì!»

Insieme si diressero verso il giardino, dove Isy sembrava attratta da qualunque cosa.

«Non riesci a stare calma? Insomma, non dovrebbe essere una passeggiata romantica questa?»

«Scusa, ma non posso farci nulla! È tutto così nuovo.»

«Isy, non vorrei smontarti ma è un mese che siamo qui…»

La ragazza si fermò a guardare un fiore e lo raccolse.

«Sì ma ancora non ho visto tutto. L’arpia mi obbliga a studiare, delle persone presenti sapevo quasi tutti i nomi, la storia, le nascite… in realtà non ho molto tempo per gironzolare.»

Terence si chiese cosa volesse dire essere l’erede di un regno che non sarà mai tuo, ma Isy sembrava non curarsene.

«Daimon!»

La ragazza corse verso il fratello, appoggiato a una recinzione che fungeva da zona di allenamento esterna.

«Ci siete anche voi?»

«E quello?» disse Isy indicando qualcosa tra le braccia del fratello.

«L’ho trovato nel giardino. Credo si sia smarrito perché la mamma non è nei paraggi, inoltre sembra congelato, poverino.»

Un piccolo gattino nero fece capolino tra le braccia di Darien, emettendo un debole miagolio.

«Un gatto?»

Terence si avvicinò per guardarlo meglio e tese una mano per accarezzarlo.

«Sai, un po’ ti assomiglia» disse poco prima che il micino gli mordesse il dito.

«Ohi… ritiro quello che ho detto, ti assomiglia in tutto e per tutto… ahi, ma ha degli aghi al posto dei denti?»

Ter agitò la mano, cercando di dare sollievo al suo dito dolorante. Darien lo fulminò con lo sguardo.

«Almeno io assomiglio a un gatto, tu a una melanzana.»

Isy cercò di trattenere una risata ma non ci riuscì.

«Ma ti ci metti pure tu ora?» imprecò Terence imbronciato.

«Scusa, ma ha ragione.»

«Ma come ti hanno convinta a mettere l’abito alla fine?» chiese Darien accarezzando il gatto che aveva iniziato a fare le fusa.

Isy alzò la manica larga mostrando un pugnale legato all’avambraccio, lasciando gli altri due senza parole.

«A quanto pare la mamma sceglie vestiti in cui può nascondere armi e che possano essere usati in battaglia. Anche il suo è stato disegnato per essere confortevole in caso di scontri.»

«Ok, non sono l’unico a pensare che sia folle, vero?»

Darien rimase a bocca aperta, incapace di parlare o di esprimersi. Guardò Terence.

«Strano che non ci abbia pensato tu.»

«Ma… sì, in effetti sarebbe da me.»

Tutti e tre scoppiarono a ridere.

«Sapete, – disse Isy – io non voglio rimanere qui al castello, ma neanche tornare indietro.»

Diede le spalle ai due ragazzi e si allontanò un po’. Si girò verso di loro con le braccia dietro la schiena.

«Io voglio viaggiare, voi?»

Terence guardò Darien. Entrambi erano stupiti da quello che Isy stesse chiedendo loro.

«Io farei un po’ fatica fuori di qui, almeno credo. Sai, non so come la possano prendere fuori da Transyl il fatto che non sono umano e che bevo sangue.»

«Io sarei comunque sempre dalla tua parte e…» Isy cercò di rassicurarlo.

«Io ci sto» disse Terence risoluto.

«Per me va bene. Io e Isy ti aiuteremo a mantenerti nascosto, credo anche che tuo padre potrebbe aiutarti con qualche incantesimo per il sole, no? Se ci pensi è una soluzione perfetta. Non riusciamo ad ambientarci e se ci allontaniamo magari potremo farlo prima…»

Isy stava per controbattere quando Darien la interruppe.

«Intende dire che ancora non siamo coscienti di quel che siamo, un viaggio potrebbe aiutarci a capirlo meglio, giusto?»

«Giusto!» annuì Terence.

«Ok, ora resta da capire se vogliono lasciarci andare» disse Darien.

«Sì, è stata un’idea della mamma.»

«Quindi domani iniziamo i preparativi? Dobbiamo…»

Darien non lo ascoltava più. Ter era partito in quarta e stavolta non voleva fermarlo, anche perché c’era Isy in quel momento. Guardò la luna calante e si chiese cosa sarebbe successo una volta fuori da lì, dove sarebbero andati e cosa avrebbero fatto in caso si fossero trovati nei guai. Senza curarsi troppo della risposta, si intromise nei discorsi degli altri due, iniziando a fantasticare anche lui sulle avventure che avrebbero trovato.

***

Belial guardava la luna. In mano aveva un libro. Un vecchio diario di pelle con le pagine sgualcite e in alcuni punti strappate. Lo aveva sempre con sé, insieme al suo mantello e alla spada era la cosa più importante che possedesse.

«Sei scappata via.»

La donna alzò lo sguardo verso l’uomo che le si stava avvicinando.

«Già non sopporto le feste. Se poi mi ritrovo a subire un interrogatorio quando dovrei solo divertirmi, me ne vado.»

Kalad’ur rise.

«Perché i gazebo? Me lo sono sempre chiesto» disse l’uomo osservando le colonne che formavano il gazebo in pietra.

«Abitudine. Mia madre mi leggeva sempre libri in giardino e, quando pioveva, andavamo nel gazebo. E poi quasi nessuno sa di questa mia mania, non vengono mai a cercarmi qui. Un posto perfetto per stare da sola.»

«Devo andarmene?»

«Voi non dovreste mai andarvene.»

La donna finalmente volse lo sguardo verso l’uomo che si sedette accanto a lei.

«Cosa vuoi farci con quello?»

«Questo? Non lo so, forse dovrei darlo ad Isy e Darien.»

«Non ti sei mai separata dal tuo diario.»

«Vero. Ma forse servirà a far capire loro quanto in realtà fossimo fragili. Credo di non aver mai provato tanta tristezza e disperazione come a quel tempo. Siamo gli eroi, eppure non riesco a sentirmi tale, anzi vorrei che la storia mi dimenticasse. Non è compito mio essere al centro dell’attenzione, che ci stia qualcun altro. Io sono solo un’ombra

«Non avresti dovuto sposarmi allora.»

«Non sono tanto stupida da rinunciare alla mia felicità per i miei ideali. Non rimpiangerò mai di aver accettato quel giorno, come non rimpiangerò mai il giorno in cui mi uccideste.»

«Non sembrava.»

«Oh bé… siete sparito dopo avermi messa incinta e non capivo cosa volevate davvero da me.»

L’uomo rise di nuovo e la cinse con un braccio.

«Non potevo dirti nulla, serviva che non sapessi nulla, non era per me che dovevi lavorare, ma per Karga.»

«Lo avete ripetuto fino alla nausea, dopo. Questo non cambia il fatto che non capivo, e mi ha fatto solo nascere l’odio per i segreti.»

«Anche tu hai tenuto nascosto qualcosa. Serviva ai tuoi piani.»

«E mi odio per averlo dovuto fare.»

Kalad’ur toccò il diario, si alzò, prese la mano della donna e la fece alzare. Poi la cinse alla vita avvicinandola a sé.

«Il diario non potrà rovinarsi così. Hanno deciso di partire alla fine.»

«Immaginavo, del resto due di loro hanno il mio sangue e uno quello di Crystal e Toruk.»

«A proposito, come finirà tra quei due?»

«Non lo so, ma in ogni caso è la loro vita, non la nostra. Finché stanno bene non ho intenzione di intromettermi. E se dovessero stare male, risolveranno da soli. Sempre che Tj non combini qualcosa di grave.»

L’uomo scostò i capelli dal viso della donna.

«Il diario glielo darai domani mattina, per adesso sei mia.»

Belial sorrise, abbandonandosi all’abbraccio del marito.

FINE


 
Qui si conclude il mio piccolo finale alternativo della vecchia campagna che ho giocato. In realtà avrei voluto trovare una frase conclusiva più ad effetto ma non ne trovavo… così ho preferito far concludere a Belial e Calarud. Spero vi sia piaciuta ^_^

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