Capitolo 13 ~ Astrid

 

Darkbolt stava ansimando. Non riusciva più a reggere la sua fidata Dragonslayer, la spada d’osso di drago, che ora stava usando come perno per rialzarsi. Alzò lo sguardo per guardare l’uomo che stava per batterlo. Dragan si avvicinò a passo svelto, fermandosi davanti al mezzo drago, esausto e ferito, che non concepiva come un semplice umano avesse potuto batterlo. Con la coda dell’occhio vide Terence crollare a terra. Si era battuto bene, nonostante quella probabilmente fosse la sua prima vera battaglia. Per dei minuti erano stati in vantaggio, almeno fino a quando non era entrato in battaglia Dragan. Terence lo aveva visto arrivare e aveva tentato di colpirlo facendo roteare la spada, ma il colpo venne evitato facilmente. Dragan in risposta lo aveva colpito di piatto sul braccio destro, forse rompendoglielo, e si era diretto verso Darkbolt. Il capo dei ribelli era l’avversario più pericoloso e Dragan lo sapeva fin troppo bene. Terence aveva continuato a combattere con la sinistra, ma gli avversari erano troppi per lui e, quando venne colpito da un incantesimo, crollò. Il capitano Dragan si trovava davanti al ribelle. Darkbolt riprese fiato e provò a colpirlo nuovamente. Kram cercava di combattere seguendo le direttive delle voci, ma con scarso successo. Per quanto abile, non riuscì a tener testa a dei soldati ben addestrati. Non erano i soliti membri dello Squadrone mandati in avanscoperta, erano su un altro livello. Riuscì ad atterrarne tre, ma venne sopraffatto da due soldati che giocarono d’astuzia invece che con la forza. I colpi di Darkbolt continuarono ad andare a vuoto.

Per anni non ho avuto un rivale degno e proprio ora doveva arrivare?” pensò il mezzo drago tentando l’ennesimo, inutile, affondo. Dragan sbuffò e colpì con il piatto della spada lo stomaco di DB, facendogli perdere i sensi. L’uomo si diresse verso il ragazzo e lo sollevò come se nulla fosse. Diede l’ordine ai soldati di ricomporsi e se ne andò, portandosi dietro Terence e lasciando i quattro ribelli a terra svenuti per dei lunghi minuti.

Ripresi i sensi, il nuovo arrivato volle spiegazioni, ma un’occhiata di Darkbolt lo mise a tacere. Il mago disse di essere pronto per riportarli a casa e, dato che era impossibile seguire le tracce dello Squadrone, decisero che sarebbe stata la decisione migliore. Darkbolt guardò Kram.

«Spiegalo tu a Darien. Sei più abile di me con le parole.»

Il mago li fece mettere in posizione e pronunciò le solite parole per farli tornare a casa.

Arrivati all’accampamento, si diressero verso l’edificio che fungeva da base operativa. Seduto al tavolo dell’ingresso, Darien, aiutato da Isy, spellava le lepri cacciate prima. Cathrine entrò nella stanza da una porta opposta alla loro, portando attrezzi, tovaglie ed erbe. Kram sperò di non fare la fine di quelle prede…

***

Terence sentiva il letto morbido sotto di sé e cercò di ricordare il sogno assurdo che aveva fatto. C’era un ritrattista cieco, dei ricordi dispersi e lo Squadrone Bianco che dava la caccia a lui e a Darien. In realtà era un ricordo molto nitido rispetto ai sogni soliti, e anche molto diverso. Nei suoi sogni Terence aveva consegnato lettere in giro per il mondo, combattuto mille battaglie, volato con ali di drago e addirittura cavalcato un rinoceronte.

«Ti avevo chiesto di non fargli del male» sentì una voce femminile provenire da oltre il baldacchino del letto. Poi si ricordò che il suo letto non aveva il baldacchino.

«Non gli ho fatto del male, quei lividi li aveva già. E poi se mi si ribella faccio prima a metterlo fuori combattimento, no?»

«Dragan, già siamo i cattivi così senza far nulla, pensa se usiamo la forza…»

«Hai detto che era urgente…»

«E se si sveglia e ci attacca? Lo atterri di nuovo? Mi serve sveglio, ho bisogno che si fidi.»

Una tenda del baldacchino si aprì. Una ragazza, forse poco più grande di lui, aveva scostato il pesante tessuto e portava un vassoio. La treccia bionda le ricadeva sul lungo abito bianco, gli occhi azzurri sembravano volerlo trafiggere. Terence pensò di aver già visto quello sguardo, ma non riusciva a ricordare dove.

«Strano modo di trattare i prigionieri… o dovrei considerarmi un ospite?»

Astrid ridacchiò e si sedette sul letto.

«Domanda curiosa. Avevo bisogno di te e dubito ci avresti seguito dopo che quel pezzo di imbecille di Abdel vi ha spaventati fino al punto di farvi scappare. Se ti dicessi di sì, vorresti andare via, se dicessi no, probabilmente mi attaccheresti. Lo accetti un: chissà?»

Terence la guardò allibito.

«Eh?»

«Capisco la tua incertezza, – disse prendendogli il viso per capire se gli fosse rimasta qualche ferita dopo la cura – ma non voglio farti del male, anzi.»

Lasciò il viso del ragazzo e gli diede un bicchiere d’acqua che Terence guardò sospettoso.

«È solo acqua, se vuoi la bevo prima io. Se avessi voluto ucciderti lo avrei fatto prima. Non avrei fatto la fatica di portarti qui.»

Prese il bicchiere e bevve, pensando che se anche fosse stata una qualche pozione della verità, lui non sapeva nulla. Si tranquillizzò quando capì che non aveva odore né sapore. La ragazza gli prese il bicchiere e lo appoggiò nuovamente sul vassoio. Aveva degli occhi di ghiaccio che, nonostante il sorriso dolce, emanavano una forte tristezza. Terence era certo di averli già visti, ma non capiva dove e quando: una ragazza così se la sarebbe ricordata.

«Dove siamo?» chiese il ragazzo.

«Lumiria, nei miei appartamenti.»

«Chi sei?»

La ragazza rise.

«Non lo hai ancora capito? Io sono Astrid.»

Astrid? Perfetto, sono finito nella tana dell’orso. Il papà di quello che abbiamo ucciso nel bosco.

«E cosa volete da me?»

«Direttamente da te, nulla. Non volevo farvi arrivare qua così ma… Abdel vi ha fatti scappare.»

«Abdel?»

«Sì, l’uomo che ha mandato quei soldati a prendervi. Purtroppo sono sotto indagine e non mi faccio illusioni, finirò sotto processo a breve. Avevo bisogno di incontrarvi il prima possibile. Devo fare una cosa con voi. Poi, per quanto mi riguarda, potete tornare a casa. Vivi, non resuscitati, sani e salvi, senza arti, organi, memorie o qualsiasi cosa possa venirti in mente che vi manca.»

Terence inclinò la testa e aprì e chiuse la bocca un po’ di volte, non sapendo come reagire a quella frase.

«Non sono una necromante. E sappi che dirtelo vuol dire che mi fido, se ti scappasse con qualcuno, sappi che finirò in guai molto peggiori dell’essere sotto processo per la storia di Weiss.»

«Intendi l’attacco?»

«Sì. Qualcuno ha fatto fuori i soldati che sono stati mandati e la colpa è ricaduta su di me, perché la osservavo e… ascolta, sono cose che non ti interessano, sono i classici intrighi di palazzo.»

Terence era ancora più confuso. Troppi pensieri gli affollavano la mente, principalmente potevano essere ricondotti a: Astrid è buona o cattiva? Gli avevano detto che era un’abile manipolatrice, che per portare dalla sua parte le persone era in grado di qualunque cosa ma…

«Ok, quello che pensa è Darien, non io. Io devo essere accompagnato. Uno: cosa diavolo ci faccio qui. Due, perché salvi i ribelli? Tre, come facevi a sapere che eravamo lì? Quattro, non lo so ma mi verrà in mente.»

Astrid rise di nuovo.

«Sai, gli assomigli molto» disse guardandolo con una luce negli occhi che prima non aveva.

«A chi?»

Lo sguardo di lei si abbassò.

«A tuo padre.»

«Che… che sai tu di mio padre?»

Astrid gli mostrò una sfera, simile a quella dei ricordi di Belial.

«Questa mi permette di sapere tante cose, è come se mi tenesse sospesa sulla vita che avrei dovuto avere. È la mia ancora, il mio sostegno, ma funziona solo con me» aggiunse infine per rispondere alla domanda silenziosa di Terence.

«Uno, sei qui perché ho bisogno di qualcosa che hai tu. Due, semplice. Alleati. Mi creo alleati, ne ho bisogno, ho bisogno che gente come loro si fidi di me. Sì, è solo tattica, nulla di più. Tre, come facevo? Shade è sempre stato con voi, e io ho un legame speciale con lui. Quattro, risponderò se sarai ancora qui.»

«Shade? Il lupo, forse?»

«Sì, il lupo. Mi segue dalla nascita, è l’alleato più forte e potente che si possa avere, ma non ho il suo controllo. Non posso ordinargli di fare nulla, fa quello che vuole, ma resta legato a me.»

«Io ancora non capisco… ci giri intorno o cosa? Cosa vuoi da me?»

«Alzati.»

Astrid si alzò dal letto e scostò delicatamente la tenda del baldacchino. Terence spostò le coperte e si alzò dal letto. Quando uscì dal baldacchino, si accorse di quanto potesse essere strana quella stanza per una veggente. Appese alle pareti c’erano un sacco di armi: spade, balestre, chakram… e tutte strane, dalla forma articolata. Ma le più belle, o meglio quelle che sembrava che per Astrid fossero più care, erano in teche posizionate sui vari comò e nei ripiani di una biblioteca, davanti ai libri. Terence si avvicinò alle armi e le guardò con attenzione. Non erano moltissime in realtà, ma avevano un che di magico ad attirarlo. C’era una spada lunga, ancora nel suo fodero, riccamente decorata, ma a cui mancava un pezzo, forse una gemma, vicino l’elsa. O forse era altro, sembrava fosse stato grattato via. Nella stessa teca, erano posizionati un kathar e un ventaglio che, visto da vicino, si rivelò essere un’arma anch’esso dato che, al termine delle stecche, c’erano delle lame. Il kathar sembrava brillare di luce rossa. La teca più grossa conteneva due pugnali ricurvi, gemelli. Anch’essi brillavano, uno di luce nera e uno di luce bianca. Astrid gli si accostò.

«Quella – indicò la prima spada – apparteneva a Daimon Prima, il fratello maggiore di Belial. Il pugnale da mischia infuocato e il ventaglio appartenevano a Crystal o Pandora, come la vuoi chiamare. Infine, i pugnali gemelli. Uno danneggia la vita, l’altro la non vita. Appartenuti a Belial. Se Cristoph sapesse di questa stanza verrei uccisa sotto tortura e riportata in vita per ogni arma presente in questa sala.»

Terence guardò la donna.

«C’è una ragione per la quale collezioni armi o…»

«Mamma. Mia madre collezionava armi, mi diceva sempre che l’arma che ci scegliamo diventa parte di noi, diventando quasi una reliquia. Vuoi vedere una cosa?»

Nella stanza entrarono due uomini. Uno, molto alto e con il volto segnato da cicatrici, portava un lungo pacchetto sul quale era appoggiato una scatola in legno. L’altro era l’uomo che lo aveva sconfitto.

«Bene» si lasciò sfuggire Terence, ma gli altri tre ignorarono il commento.

Astrid prese il pacchetto e lo posò su uno dei comò. In quel momento Terence si chiese dove potessero essere le sue di armi e si guardò istintivamente attorno. Notò in un angolo il suo zaino e la sua spada, adagiati contro la parete di fianco al letto.

La ragazza tolse la stoffa che avvolgeva il pacco e rivelò due spade lunghe.

«Sono sedici anni che io, Divan e Dragan giriamo per il mondo in cerca dei frammenti.»

«Frammenti?» chiese, decidendo infine di avvicinarsi ad Astrid invece che recuperare le sue armi. Non credeva di essere in pericolo e dubitava che quella ragazza potesse anche solo sollevare e brandire una di quelle spade.

«Frammenti di anima. Ora devo recuperare il corpo.»

«Frena frena!» disse Terence preoccupato e agitando le mani. «Avevi detto che me ne sarei andato via illeso!»

«Non ho intenzione di usare il tuo corpo come nuova sede per quest’anima. Mi ammazzerebbe se lo facessi, credo. Sai cosa sono queste? Dove le ho nascoste per tutto questo tempo?»

Terence ebbe un lampo.

«Sono uguali a quelle del Labirinto!»

«Bravo. Della vecchia battaglia avvenuta a Transyl, cosa sai?»

«Che Kalad’ur e Toruk morirono. No, aspetta. Non ricordo…»

«Le loro anime furono fatte a pezzi e disperse. Dopo di che, Belial ne nascose i corpi nella sua ombra.»

Terence guardò le ombre. Solo allora si accorse di avere la sua davanti e guardò sia dietro di sé sia in alto. Il lampadario era spento, ma erano state posizionate delle candele dietro di lui.

«Sei più perspicace di tuo padre» disse Astrid.

Quando si voltò di nuovo, Dragan e Divan si erano avvicinati, Astrid reggeva le due spade dall’elsa, con la lama all’ingiù.

«Cosa vuoi fare?» chiese il ragazzo ormai in preda al panico e con i rimorsi di non aver recuperato la spada.

«Chi diavolo sei tu?»

«Fai due più due e arrivaci: ho sedici anni, detesto Cristoph al punto di volerlo vedere morto nel più orribile dei modi anche a costo della mia stessa vita, possiedo alcuni ricordi di Belial, colleziono le armi degli eroi. Tranquillo Terence, posso assicurarti che i tuoi incubi spariranno» e lasciò andare le spade, che vennero assorbite dall’ombra di Terence.

***

«Terence, cosa?» urlò Darien alzandosi di scatto dalla sedia e facendola cadere all’indietro. La sua mente era al lavoro, continuava a cercare una ragione, un motivo, ma non ne trovava. Loro due non sapevano niente e non avevano a che fare con quella storia, e anche se la madre fosse stata una ribelle, lo Squadrone stava cercando loro due e non Kara. Poi arrivò la consapevolezza.

«Lo hanno rapito, e noi non sappiamo niente.»

«Ma va? – disse Isy – Non me n’ero accorta.»

«È vivo! Non gli faranno del male, almeno credo. Non avrebbero fatto la fatica di catturarlo vivo, ma perché? Cosa vogliono?»

«Non è lo Squadrone a volervi, – disse Darkbolt – ma Astrid.»

«Ok, ma perché? Che esperimenti può fare su di noi che su altri non può?»

Darkbolt si grattò la testa e il suo respiro si fece più pesante.

«Io ho solo teorie, ma Terence… non è umano.»

«Che vuol dire che non è umano?» chiese Darien.

«Terence non ha l’odore degli umani. O meglio, il suo odore è strano, debole, come se qualcosa volesse celarlo ma sopra ci ha spruzzato profumo da umano. È difficile da spiegare…»

«E ce lo dici solo adesso?» gridò Darien.

«Darien, quello che non sapete non può farvi del male. Se vi avessero presi, che è quello che è successo, voi non avreste saputo nulla. Non avevano gli estremi per additarvi come ribelli. Metti caso che sondino la testa di Terence, non hanno nulla. Voi non vi siete uniti per combattere Cristoph, ma per capire cos’è successo. Se ve lo avessi detto invece, sareste stati coscienti.»

«Proteggerci? Perché?»

«Perché Astrid ha ragione. Siete una risorsa preziosa. Siete abili, come ne ho visti pochi. Siete ottimi combattenti.»

Darkbolt gli diede le due sfere.

«Tu più di Terence volevi vedere gli altri ricordi, perché?»

Darien guardò le sfere per qualche secondo prima di rispondere.

«Gli incubi. Speravo cessassero.»

«Sono terminati?»

Ripensò a quelli avuti durante la febbre. «No» rispose e toccò le sfere.

Vide i due ricordi esattamente come li avevano visti Darkbolt,Terence e Kram. E come loro due, al termine gli apparve davanti Belial. Gli sorrise, mostrando inconsciamente i canini.

«Speravo di vedere te. Come agli altri, risponderò alle tue domande se potrò e vorrò. Io non sono un ricordo, ma un frammento d’anima liberato dalla riunione dei cinque frammenti entrati in risonanza.»

A Darien di tutta quella spiegazione non gliene importava.

«Perché noi?»

«Perché avete una cosa.»

«Cos’è? Un potere? Quella risonanza di cui mi parla Isy?»

«No.»

«Sono gli incubi allora.»

«Quasi. Terence non li avrà più.»

«Gli hai fatto del male?»

«Perché io?»

«Non lo so, non ci state dando spiegazioni, invece di chiarire i tuoi ricordi complicano!»

«I miei ricordi servivano a farveli cercare e farveli portare fra tre giorni a Lumiria. Terence starà bene, è vivo e fra poco starà anche meglio. Spiegazioni… Darien, io non volevo coinvolgervi. Non è stato voluto. Io vorrei tanto, davvero, spiegarvi tutto ma non posso, sarebbe troppo pericoloso.»

«Per noi o per te?»

«Ha importanza?»

«Hanno rapito Terence. Mi stai dicendo di aspettare tre giorni per aiutarlo?»

«No. Fai quello che senti di dover fare, ma pensaci bene. Cerca di non avere rimpianti. In ogni caso puoi raggiungere Lumiria con una giornata di cammino da dove sei ora, e ci vorrà almeno un’altra mezza giornata per attuare un piano. E forse per allora Terence sarà fuori dal castello senza che voi abbiate fatto nulla.»

«Cosa?»

«Se tutto va male, la persona che sta tenendo Terence imprigionato fra un paio di giorni, forse prima, verrà incarcerata.»

«Male?»

«Avanti Darien, ragiona. Terence è importante solo per per chi l’ha rapito. Se questa persona sparisce, il ragazzo non ha più difese.»

«Perfetto!» urlò il ragazzo, iniziando a camminare per tutta la stanza circolare.

«E cosa dovrei fare, quindi? Aspettare?!»

«No, Darien. Aspettare che qualcuno ti dica cosa fare è sempre sbagliato. Piuttosto cerca informazioni e preparati, ma mai devi rimanere ad aspettare. A mio parere puoi fare solo una cosa: andare a Lumiria e organizzarti lì.»

«È tutto qui il consiglio che puoi darmi? Il grande eroe che salvò il mondo! Cosa puoi saperne di cosa si prova?»

«No. Non eravamo eroi, ma disperati. Qualunque cosa possano averti detto, eravamo tutto tranne che eroi. Darkbolt ti sembra forse un eroe? E sappi che ora si è dato una calmata. Io e Crystal siamo assassine, a Glace importava più la sua stupida logica di qualunque altra cosa, forse Gabriel era il più simile a un eroe, sai figlio di cacciatori di vampiri, sacerdote… ma anche lui ha fatto i suoi sbagli, e per questo è stato punito. No Darien, eravamo disperati, senza più una casa, senza più nulla. Inoltre, qualsiasi cosa io toccassi si sgretolava, la perdevo inesorabilmente. La mia vita, il mio nome, la mia famiglia… No, non so cosa provi tu, ma so cosa prova Terence, perché anch’io mi sono trovata da parte di l’essere rapiti. Non eroi, ma persone che si sono trovate nel bivio: vivi e combatti o vivi ed aspetta la morte.»

«Ok, prima che la mia testa fonda. Perché a Lumiria fra tre giorni?»

«Sei l’unico che lo ha chiesto. Ricordi cosa mi dissero le Moire? Quando sette persone si riuniranno, ma non possono essere gli eroi, non tutti sono vivi per poter essere riuniti. Per cui ho mandato diverse missive a tutti i miei alleati, tra questi, ci saranno sicuramente quei famosi sette. Darien, se mi stai chiedendo cosa farei io… andrei a Lumiria e cercherei il modo di tirarlo fuori. Non tornare a casa, sarebbe inutile dato che Kara probabilmente si recherà a Lumiria a sua volta, no non è una ribelle. Purtroppo è una mia pedina anche lei.»

«Ho bisogno di riposare, non so di chi fidarmi…»

«Prendi un foglio e scrivi tutto quello che ti viene in mente. Poi decidi. Vai e riposati, a Lumiria dovrai essere in forma.»

Darien chiuse gli occhi. Quando li riaprì si trovava nuovamente davanti a Darkbolt. Gli restituì le sfere e se ne andò su per le scale senza dire una parola. Il lupo fissò Darkbolt per un attimo, poi seguì Darien che, senza fermarsi, esclamò: «Ci vengo anch’io a Lumiria. Non lascio mio fratello da solo. Svegliatemi quando decidete.»


https://lacortedibelial.wordpress.com/2014/07/16/capitolo-3-i-falchi-bianchi/
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