Capitolo 11 ~ Silvermoon

Terence si guardava attorno da quando erano arrivati. Quella città era molto diversa da Euphy, era piena di vita e non vita: umani, vampiri, drow e licantropi camminavo per la città senza curarsi delle razze diverse dalla propria e, nonostante fosse notte, era illuminata a giorno dalle innumerevoli lanterne, dai numerosi lampioni e dalle luci magiche, tanto amate dai bardi. Era la prima volta che vedeva i vampiri, la razza cacciata da Cristoph. Erano molto diversi l’uno dall’altro, con le stesse differenze che c’erano tra due umani. In effetti, se non fosse stato per gli occhi rossi, non avrebbe distinto un uomo da un vampiro.

«Dove andiamo?» chiese il ragazzo.

Darkbolt indicò la montagna ai piedi della quale era stata costruita la città e su cui in parte continuava. Su un terrazzamento di quella montagna, posto parecchio in alto, c’era un palazzo, visibile da ogni parte della città. Prima di teletrasportarsi a Euphy, si erano cambiati gli abiti e Terence si sentì nuovamente a suo agio. Si muovevano tranquilli, nessuno di loro sembrava in ansia come nel Sunside. Terence guardava i negozi, chiedendosi se avesse potuto comprare qualcosa per sua madre, ma si accorse solo in quel momento che non sapeva scegliere un regalo. La strada in salita li condusse davanti alle porte aperte del cancello che circondava il palazzo. Le guardie non fecero domande, non li notarono nemmeno in realtà, e loro entrarono senza problemi nel cortile nel cui centro si stagliava un grande albero. Darkbolt vi si fermò davanti, e solo allora Terence notò che stava tenendo in mano una delle sfere che gli indicava la via.

«Ma qua c’era un artefatto?» chiese.

«La città venne invasa dalla piante e, per qualche mese, questa città venne completamente abbandonata dagli abitanti. Solo dopo molto tempo scoprimmo che uno degli artefatti era nascosto nel castello abbandonato che, nel frattempo, un drago aveva scelto per farsi il nido» gli rispose Darkbolt.

Ecco, quella era una storia che avrebbe voluto approfondire, ma il fumo dei ricordi li avvolse e loro videro finalmente l’ultimo.

«Desidero il Tashka.»

Belial parlava davanti a tre donne di età diversa: una anziana, una adulta e una bambina. Tutte avevano gli occhi bendati e lavoravano allo stesso arcolaio, in un luogo che ricordava una grotta male illuminata.

«Il Tashka stesso decide il suo proprietario» risposero all’unisono senza smettere di lavorare.

«Se non dovesse accettarmi, allora cercherei un altro modo. In caso contrario vorrei usarlo.»

La bambina si avvicinò alla donna e le consegnò un ciondolo.

«Eccolo, spero tu sia abbastanza forte da non disperarti.»

«Non c’è problema per quello. Ho raggiunto le profondità più basse della disperazione e ne sono uscita comunque.»

Belial si voltò verso due uomini dietro di lei. Uno era Ethan, l’altro era un uomo alto, occhi scuri, muscoloso, un viso molto bello e capelli biondi arruffati che contrastavano con la divisa in perfetto ordine che indossava.

«A questo punto non si torna indietro» disse Belial.

Il biondo le si avvicinò e le appoggiò le mani sulle spalle.

«Tranquilla, ti seguirò fino alla fine.»

«Gard… grazie. Non so chi. La scelta viene fatta dal Tashka, ma vi terremo al sicuro. Ho già preso provvedimenti con Zaneide subito dopo la distruzione di Transyl. Se morirò, la modifica si infrangerà. Quindi in ogni caso non dovete temere nulla.»

Le Moire si girarono a guardare i loro ospiti e, quando smisero di salutarsi, parlarono: «Ricordate Regina delle Ombre, quando i sette saranno riuniti, si verificheranno le condizioni perfette. Ora andate e compiete il vostro destino.»

La scena si dissolse e lei apparve nuovamente, questa volta vestita in modo diverso. Aveva un paio di pantaloni e una camicia decisamente più comodi, due pugnali gemelli legati alle gambe, guanti più adatti ad andare all’avventura che alla vita in un castello e vari accessori sparsi, il cui uso non era molto chiaro a Terence, ma che immaginava non fossero soltanto di bellezza.

«E quindi? Tutto questo viavai a che è servito?» chiese Darkbolt.

«Per giungere a me, in linea di massima. Dovevo trovare una ragione per cui doveste raccogliere i frammenti, le sfere, e ci ho buttato dentro quei ricordi. Tra l’altro non li avete visti neanche tutti dato che manca la vera terza persona. I due ragazzi avevano il diritto di vederli ma non erano necessari.»

«Sei diversa dal primo ricordo» disse Terence, a cui ormai era chiaro chi fosse la donna.

La donna allargò le braccia e roteò su se stessa.

«Per forza – disse – io non sono un ricordo ma il frammento di un’anima, legata al mio proprietario e risvegliata perché avete recuperato tutto. Se potrò, risponderò alle vostre domande.»

Prima ancora che chiunque potesse chiedere, Terence quasi urlò, scandendo bene le parole: «Noi cosa c’entriamo? Cos’ha Darien?»

La donna sospirò.

«Niente. Voi non c’entrate niente. O meglio, non avete nessun ruolo nel mio piano originario, ma ho fatto male i conti e dovevate essere portati fuori da Weiss il più in fretta possibile.»

«Fuori da Weiss? Perché?»

La donna guardò il ragazzo e gli sorrise teneramente.

«In questo momento un piccolo esercito dello Squadrone sta marciando su Weiss. Fra mezzora raggiungerà la città.»

Il ragazzo fece per obbiettare, ma la donna alzò una mano per calmarlo.

«Weiss è protetta, non è in pericolo, ma tu e Darien siete imprevedibili. Ho dovuto prendere provvedimenti e allontanarvi.»

«Questo non risponde alla domanda “Cos’ha Darien?” – urlò Terence – Come può tornare normale?»

«Darien starà bene. Si riprenderà da solo.»

«Ma io dovrei stare qui ad aspettare?»

«Io ho aspettato per sedici anni il momento giusto, ho rinunciato alla vita che avrei potuto avere coi miei figli, rifugiandomi a Karga. Ho preferito dare loro un possibile futuro. Ho preferito combattere e riprendermi ciò che è mio piuttosto che vivere aspettando e temendo che qualcosa accadesse.»

«Tu combatti per puro egoismo?» sbraitò il ragazzo.

«Lo stesso amore è puro egoismo. Quando accetti questa verità, prendere le decisioni diventa più facile» rispose la donna con calma.

Kram si avvicinò al ragazzo e gli mise una mano sulla spalla.

«È inutile, stai parlando con una donna che a soli ventuno anni è diventata la regina dei vampiri, non le farai cambiare idea.»

Darkbolt avanzò e li interruppe: «Ok, ora basta! Che cazzo vuoi da noi? Cosa ci guadagniamo da tutta questa storia? Cos’è questo posto?»

Effettivamente si trovavano in una specie di cripta circolare, alle cui pareti si aprivano degli archi cechi per tutta la lunghezza della stanza.

«Questa stanza si trova nella mia corte, è la manifestazione della mia volontà. Cosa voglio da voi è piuttosto semplice: a tre giorni a partire da oggi dovete portare le cinque sfere nella piazza delle esecuzioni di Lumiria. Se dovesse succedere qualcosa, troverò il modo di avvisarvi. Cosa ci guadagnate? Toglierò definitivamente l’influenza della risonanza dal Darkside. Così facendo tu riacquisterai il tuo potere divino e voi – guardò Terence – avrete le risposte e la pace che cercate. Ora andate, se avete altre domande potete evocarmi quando volete tramite le sfere.»

Belial agitò la mano e la stanza svanì e riapparvero davanti l’albero.

«Quella donna è stata fin troppo vicino ad Kalad’ur! – Darkbolt sembrava alquanto irritato – Un trucco per farci cercare le sfere e portarle a Lumiria per chissà quale ragione, una volta ci diceva cosa le passava per la testa!»

Kram iniziò a camminare verso l’uscita e disse: «Torniamo a casa, parleremo dopo di quel che vuole davvero da noi.»

Darkbolt seguì il vecchio, con le mani in tasca e l’aria un po’ imbronciata.

«Me la immaginavo diversa…» disse Terence.

«Ti aspettavi una donna che combatte per il bene? Un vampiro dalla parte degli uomini? Bé no, lei è solo dalla sua parte. Ha un modo di pensare particolare che la porta a scegliere il bene comune. Ma per raggiungere i propri scopi non esita a eliminare gli ostacoli, di qualsiasi tipo possano essere, se questi non possono essere evitati. In ogni caso odia le morti inutili e le torture. Si può dire che danzi perfettamente tra il bene e il male» gli rispose Kram.

Darkbolt lo guardò pensieroso. Non era la prima volta che Kram descriveva Belial come se la conoscesse, ma il problema principale era chi fosse Kram. Non aveva mai sentito parlare di lui o di qualcuno come lui. Questo non sarebbe stato un problema se non fosse che sembrava sapere fin troppe cose. Vero che quelle vocine potevano aver a che fare con queste sue conoscenze, ma non capiva comunque perché li aiutasse, e questo lo rendeva pericoloso agli occhi di Darkbolt. Il mago gli si avvicinò sussurrandogli qualcosa nell’orecchio. Darkbolt sospirò e disse: «Piccola deviazione prima di tornare a casa. Qualcuno deve dirci qualcosa.»

«Successo qualcosa?» chiese Kram.

«Non lo so. I nostri “amici” ci hanno detto che devono consegnarci qualcuno, non so se devono dirci qualcos’altro.»

Uscirono dal cortile e camminarono a ritroso per le strade. Invece di teletrasportarsi fuori continuarono per una zona semi–desertica per un’oretta, fino a raggiungere il limitare di un bosco in cui si inoltrarono.

Terence non sapeva cosa pensare, si sentiva come in balia di un mare in piena tempesta, dove non poteva fare altro se non assecondare le onde perché, se avesse combattuto, sarebbe affogato, ingoiato da quei mostri d’acqua giganteschi.

Si fermarono in una radura, dove qualcuno li stava aspettando. Terence sbiancò quando vide la divisa dello Squadrone.

«Siete stati veloci.»

A parlare era stato un uomo non molto alto con una divisa diversa dagli altri, forse un generale o qualcosa di simile. Il volto serio era incorniciato da una barba curatissima e corta.

«Ma che significa?» chiese Terence.

L’uomo dello Squadrone ignorò il ragazzo e continuò a parlare rivolto a Darkbolt.

«Diventa sempre più difficile, cercate di non fare più cazzate. Non possiamo difendervi ancora a lungo.»

Detto questo un soldato dello Squadrone portò avanti un prigioniero e lo liberò. Il prigioniero guardava Darkbolt con lo sguardo di chi non capiva cosa stesse succedendo.

«Siamo già nel Moonside, Tanit sarà contenta del poco preavviso…» disse Darkbolt tra sé e sé, poi rivolto al prigioniero continuò: «Abbiamo i nostri alleati nel castello» e si mise un dito sulle labbra, avvisando il prigioniero appena liberato di non fare domande.

«Sta diventando troppo pericoloso, alcuni di noi sono sotto osservazione, non possiamo più agire come prima» disse l’uomo dello Squadrone.

«Ho capito Dragan, vi serve qualcosa. Parla chiaro» rispose il mezzo drago.

«Lui» disse indicando Terence.


https://lacortedibelial.wordpress.com/2014/07/16/capitolo-3-i-falchi-bianchi/

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