Capitolo 10 ~ Euphy

Come aveva previsto Kram, Terence fu riluttante ad andare via dall’accampamento, ma la presenza di Isy lo tranquillizzò. Dato che la meta successiva sarebbe stata Euphy, la capitale del Sunside, questa volta si mossero in pochi, giusto il necessario. A differenza degli altri due ricordi, fu Kram stavolta a raccontare la breve storia sull’artefatto prima di partire.

«Questo era l’ultimo degli artefatti, il sudario. Fu l’esercito del Sunside a recuperarlo per primo così il gruppo dovette infiltrarsi nel castello, durante una festa. Fallirono clamorosamente, avevano troppa paura di mostrarsi e persero sia quella battaglia sia i loro guardiani.»

Prima di partire distribuirono degli abiti per mescolarsi tra la folla, stavano andando praticamente nella tana del leone, anche se per pochi minuti. Terence congelava in quegli abiti così leggeri.

«Fa freddo.»

«Lì avrai caldo con quegli abiti, fidati. Dovremo starci per il più breve tempo possibile, quindi portati dietro i tuoi che poi torniamo nel Moonside» disse Darkbolt.

«Certo che avete girato. Quasi quasi mi metto a fare avventuriero.»

«Non sai quanto, siamo pure capitati nel futuro.»

Terence non capì se DB lo stesse prendendo in giro o meno, il mezzo drago era fin troppo serio ma del resto non lo conosceva abbastanza per capirlo.

Arrivati a destinazione, Terence rimase stupefatto. Non aveva mai visto il deserto o gli edifici del Sunside e di certo non li immaginava così. I tetti delle case assolutamente piatti, la sabbia onnipresente, il mercato che sembrava non finire mai, i colori erano per lui meravigliosi. Da ogni dove sentiva odori strani e sconosciuti, vedeva una marea di persone che creavano un viavai infinito e sentiva un vociare assordante. Darkbolt si diresse verso il centro città, dove un enorme edificio arabeggiante si stagliava contro il cielo totalmente azzurro, senza una nuvola a turbare il colore così intenso. Non dovettero entrare poiché il ricordo era nascosto nelle mura che circondavano il castello. Come al solito si sprigionò il fumo che li condusse all’interno del ricordo.

La donna cavalcava forsennatamente attraverso il bosco, cercando di raggiungere la capitale il più velocemente possibile.

«Cercavo di raggiungere Transyl il più in fretta possibile.»

In quel ricordo, potevano sentire i pensieri di Belial.

«Ero venuta a conoscenza dei piani di Cristoph. Il dio della morte ha i suoi sicari, controllati dalla sua stessa sorella, che facilitano il trapasso tagliando il legame dell’anima col corpo, poco prima che la morte sopraggiunga. Questo per evitare un ulteriore trauma all’anima. Cristoph aveva creato, con la risonanza rubata ad Hans, una zona dove gli dei non avessero influenza. In questo modo sperava di poter sconfiggere Kalad’ur. L’unica cosa che non sapevo, era l’incantesimo che voleva abbinare alla risonanza. Fu così che corsi verso Transyl, sperando di arrivare in tempo per poter contrastare la sua risonanza con la mia.»

La donna rallentò e saltò dal cavallo ancora in movimento. Cambiò aspetto e iniziò a vagare per la città, finché non trovò ciò che cercava. La città era svuotata, solo coloro che si era rifiutati di lasciare la propria casa o che si erano rassegnati a non aver più futuro erano rimasti. Si muoveva furtiva tra le case abbandonate, cercando di non farsi riconoscere. Dai discorsi di alcuni soldati, capì che Cristoph era andato a caccia dei fedeli chierici di Kalad’ur e in particolare dei vampiri.

La donna camminò ancora finché non vide qualcosa per terra. Si portò la mano davanti alla bocca e quasi scoppiò a piangere. Si abbassò davanti a ciò che restava di un corpo, ancora miracolosamente in vita.

«Dovevo agire in fretta. Era ancora vivo, potevo salvarlo. Era mio amico, forse sarebbe stato meglio dargli il colpo di grazia, ma non ci riuscii. I sicari della morte non potevano raggiungere la città a causa della risonanza amplificata da certi cristalli. Così presi la mia decisione.»

Belial prese il corpo mutilato dell’uomo e lo assimilò alla propria. Come se volessero teneramente abbracciarlo, spire di oscurità lo avvolsero ed egli sparì.

«La mia magia dell’ombra lo avrebbe messo in stasi per curarlo e avrebbe rigenerato i suoi arti senza creare traumi.»

La donna si alzò e agì come la voce raccontava.

«Trovai Kalad’ur. Avevo il cuore devastato. Per quanto ne possano dire, mai è stato mio desiderio quello di regnare. Io amo Kalad’ur. Sono la sua compagna, la madre dei suoi figli e quella vista mi era insopportabile. Fu così che nascosi anche lui. La mia anima però non poteva reggerli entrambi, specie Kalad’ur. Così decisi di nasconderli nei luoghi che avrebbero trovato familiari. Ci sarebbe voluto più tempo, ma non avrei potuto preparare il mio piano con due simili anime dentro me. Così portai Kalad’ur e Toruk in certi luoghi, che non rivelerò. Non adesso almeno. In seguito andai alla ricerca dei frammenti di anima in cui i loro spiriti furono sembrati per poter evitare qualunque reincarnazione. Nel frattempo Ethan stava cercando un mio fedele capitano e amico, Gard. Con loro due forse avrei avuto qualche speranza. Mentre uscivo da Transyl, alcuni raggi mi colpirono gli occhi. Il sole stava sorgendo e non avrebbe dovuto farlo se non tre mesi dopo. Cristoph non aveva solo conquistato Transyl, ma era riuscito a cambiarne il naturale ciclo.»

«Allontaniamoci, veloci» disse Darkbolt una volta tornati alla realtà.

Camminarono veloci verso le mura di Euphy, sentendosi al sicuro solo dopo averne varcato una delle porte.

«Alba tre mesi prima?» chiese Terence.

«Nel Darkside, come nel Sunside, notte e giorno dovrebbero durare sei mesi ciascuno, ma col regno di Cristoph questa cosa non avviene più» rispose Kram, poi aggiunse rivolto a Darkbolt: «Sono vivi. Entrambi. Solo non capisco perché non rivelarci il luogo.»

«Perché non è suo desiderio farli trovare. Spero con l’ultimo di capire che cavolo voglia da noi, sempre che qualcuno non ci stia prendendo in giro» rispose seccato Darkbolt che fece un cenno al mago. Come al solito, pronunciò la frase per teletrasportarsi nella località successiva, l’ultima.

***

Isy vide Terence sparire. Kram le aveva detto che sarebbero stati via solo per poche ore, forse per l’ora di pranzo sarebbero tornati. Si diresse verso l’edificio dove li avevano sistemati. Era circondato da guardie nascoste ogni dove, sentiva la loro musica. Entrò e salì le scale, diretta verso la stanza di Darien. Non aveva voglia di starsene in mezzo ai ribelli, non si fidava completamente e un po’ le facevano paura. Aprì la porta. Dentro la stanza Cathrine stava appoggiando un bicchiere sul comodino. Darien era steso nel letto, una mano sulla testa come se volesse strapparsi i capelli.

«Non ti sto prendendo in giro, è stanchezza. È come se il tuo corpo non reggesse uno sforzo, devi mangiare. Tanto, hai bisogno di energie perché qualcosa te le sta portando via.»

La donna salutò i ragazzi e uscì dalla stanza. Isy si avvicinò lentamente al letto e si sedette su una sedia.

«Come stai?»

«La testa mi sta scoppiando, gli incubi non mi danno pace, non mi reggo in piedi e ho continuamente fame e sete. Come se non bastasse non ci sto capendo nulla. Dove cavolo sono?»

«Tra i ribelli. Sei svenuto appena sei arrivato. Terence è andato con Darkbolt a prendere gli ultimi due ricordi, dicono che te li faranno vedere dopo.»

«Dannazione, sono io quello che voleva venire. E non posso neanche seguirli.»

«Darien, tu vuoi bene a Terence?»

Darien si tolse la mano dalla testa.

«Che domanda è? Certo che gli voglio bene.»

«Sei strano.»

«Scusa, sono infastidito. Odio non poter far nulla, non posso neanche informarmi leggendo qualcosa per colpa di questo mal di testa infernale.»

Isy non sapeva che dire. Voleva chiedergli qualcosa, ma non sapeva cosa. Si sentiva in imbarazzo, per di più Darien sembrava non voler parlare.

«Che ci fai qui? – chiese il ragazzo – Non dovresti essere a Falkedorf?»

«Il nonno mi ha chiesto di portarti qualcosa. Pensavo di dartelo quando fossi stato meglio.»

Darien la guardò. Era più piccola rispetto le altre ragazze della sua età che conosceva. Era seduta composta, con la schiena dritta, le gambe serrate e le mani sulle ginocchia. Le era stato detto avesse sedici anni, ma ai suoi occhi appariva più come una bambina da proteggere.

«Ti faccio paura?» disse il ragazzo alzandosi a sedere.

«No…»

«Mi dispiace, non volevo essere brusco. Scusa.»

Isy non riuscì ad alzare lo sguardo. Si sentiva come se Terence le avesse raccontato un segreto.

«Sei strana anche tu, l’altra volta non la smettevi di parlare.»

«Scusa…»

«No, va bene. È successo qualcosa?»

«No. Terence…»

«Terence ha fatto qualcosa?»

«No, no» ci pensò su, poi tutto d’un fiato disse: «Terence mi ha raccontato di voi da bambini.»

Darien abbassò lo sguardo.

«Quindi sì, hai paura di me.»

«Sei arrabbiato?»

«No. Non lo tengo nascosto, non voglio che la gente lo venga a sapere poi. Preferisco prima che possano rimanere delusi.»

«È per questo che ti isoli?»

Darien appoggiò la testa al muro a cui era attaccato il letto, trovando sollievo nel fresco che emanava e chiuse gli occhi.

«Preferisco la compagnia dei libri e dei lupi, loro non mi giudicano. Ho la febbre.»

«Cosa?»

«Siamo in inverno e il muro freddo mi da sollievo. Ho la febbre, e pure alta. Sarà per quello che ho mal di testa.»

Isy si alzò e uscì dalla stanza. Torno poco dopo con un vassoio su cui c’era una ciotola d’acqua, una pezza e una tazza fumante. Appoggiò tutto sul comodino di fianco al pranzo, dando la tazza a Darien.

«Christine dice che ti ha dato qualcosa per la febbre, ma che impiegherà un po’ ad agire. Non ci sono curatori magici quindi dovrai resistere un po’. Questa ti farà passare il mal di testa.»

Darien prese la tazza ringraziandola.

«Cosa avete visto?»

Darien rimase sconcertato dalla domanda, sperava che non gliela facesse. Optò per raccontare solo qualcosa.

«Forse Belial è viva. La… cosa uccisa da Cristoph era solo un inganno. Ha nascosto qualcosa e ha cercato alleati.»

«Non c’era bisogno di mentire.»

«Non ho mentito.»

«Allora hai nascosto qualcosa.»

«Ma che…»

«Risonanza, ricordi? La tua musica è cambiata, diventando più ansiosa.»

«È meglio non sapere tutto. Non sappiamo quanto possa essere pericoloso sapere certe cose. Mi racconti un po’ di questa risonanza?»

Isy si sedette e lo guardò bere la tisana.

«Il mondo emette dei suoni, chiamati risonanza. Alcune persone li sentono, e sono in grado di usarli in vari modi. Di norma quando si entra in vera e propria risonanza essa si manifesta in qualche modo. Lo zio, il fratello del nonno, evocava degli oggetti circensi, ma ho sentito che alcuni posso evocare ad esempio delle spade. In ogni caso, si sviluppa in due modi: il modo empatico e quello evocativo. In realtà sono molto simili, e l’uno può sfociare nell’altro. L’empatia non è quello che pensi, è la capacità non di provare le stesse emozioni dell’altro, non solo. Un orchestrale empatico può far provare emozioni particolare alle persone, ma, a parte direttori potenti, di norma è solo un vago sentore, anche se di solito basta per ottenere lo scopo. L’evocatore invece…»

Darien sentì una leggera musica nell’aria molto piacevole. Isy aprì il palmo della mano avvolto in scintille multicolore che danzavano sulla sua mano fino a prendere le sembianze di una ballerina. Isy chiuse il palmo di colpo, facendo sparire tutto.

«In ogni caso i poteri si manifestano in modo molto diverso e solo dopo anni di pratica si impara quali siano i propri.»

«Direttori e orchestrali? Non mi sembra diversa dalla magia normale, cosa vi rende più pericolosi?»

«Alcuni orchestrali sono immuni alla magia mentre sono in risonanza, ma sono una minoranza non considerevole di nota. In ogni caso un orchestrale esperto regge il confronto con i maghi e gli incantatori in generale. Ma non è questo a renderci pericolosi. Una volta in risonanza, si entra in contatto con gli spiriti primordiali, si potrebbero definire i resti delle prime divinità. Questo ci rende immuni all’influenza divina, almeno dicono. Vuol dire che i poteri divini non vanno in una zona soggetta a risonanza, anche se debole. Questo ci ha inimicato le divinità che ci vedono come un pericolo. Tutte tranne Kalad’ur, sai perché?»

Darien negò con la testa.

«Perché Belial era un’orchestrale, anzi un direttore. Si dice che la sua Corte fosse immensa nonostante avesse pochi orchestrali legati a sé. Questo differenzia un orchestrale da un direttore: la capacità di evocare e creare una Corte, la materializzazione della propria esistenza, della propria mente, delle proprie esperienze. Più orchestrali un direttore lega a sé, più è grande la sua Corte. Belial aveva due orchestrali umani e due ombre, intese come razza, come orchestrali e basta. Diventare un nocturna, così li chiamavano gli orchestrali di Belial, era difficile. Gli orchestrali tendono a unirsi, più sono, più esperienza hanno e più grande è l’influenza del loro potere mentre sono in risonanza con il direttore. L’estensione del solo potere di Belial era grande quanto tutta Transyl, l’estensione di un orchestrale normale è di poco più grande del proprio corpo.»

«Belial era un pericolo allora.»

«Belial usava il suo potere come lo usano tutti gli orchestrali: spettacoli. Quelle volte che lo usava evocava tutto: ballerini, palco, giochi di luce… era un potenziale pericolo a cui non importava nulla conquistare. Insomma, rispetto a Cristoph era innocua. Sempre che non avesse un motivo per attaccare qualcun altro. Almeno, questo si racconta.»

«E io posso impararla.»

«Non è facile e in queste condizioni te lo sconsiglio, non senza la presenza di un direttore e dubito che mio nonno voglia insegnartela.»

Darien sentì la testa pesante. Isy se ne accorse.

«Prima mangia, poi torna a dormire» disse porgendogli il piatto con il minestrone di carne stranamente ancora fumate.

«Ma è ancora caldo.»

«La musica è vibrazione, facendo vibrare gli oggetti posso scaldarli.»

«Fino a che punto?»

«Fino a distruggerli. Ora mangia, poi ti lascio dormire. Vado a farmi un giro nei boschi qui vicino, tu riposa.»

Darien la guardò uscire, sovrapponendo l’immagine della ragazza e quella di una bambola esplosiva.


https://lacortedibelial.wordpress.com/2014/07/16/capitolo-3-i-falchi-bianchi/

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