Act. 4 – Luna Piena

La via, che collega la terra e il cielo formata da piccole schegge di luce, sale piano piano. Leggera arriva alla luna, presenza costante nella mia vita. Poco per volta mi accorgo del mio irrimediabile errore, la rabbia svanisce, lasciando il posto alla cruda realtà. Mi alzo, ripenso a ciò che è stato e che non ritornerà più. Guardo le mi mani macchiate del suo sangue: ho fatto la scelta giusta? Ho perso il mio tesoro più prezioso… e, per quanto io continui a maledire il lupo immondo che l’ha portata via da me, la colpa è solo mia. È profonda la disperazione di un padre che ha perso la propria figlia. Sento il dolore fluire attraverso i miei occhi, sento la disperazione rimanere bloccata dentro il mio corpo di marmo e imbrigliare il mio cuore con catene sempre più strette… piegato dal fato, ripenso alla mia vita, e prego urlando: “Luna che sei sempre stata con me, aiutami”
Era una fresca giornata di primavera e un leggero venticello soffiava tra i rami non potati, facendoli sbattere contro la finestra. Una giornata perfetta per una qualche scampagnata o anche per una giornata di compere. Lei, invece, da brava ragazza dell’alta società quale era, venne a presentarsi ai suoi vicini di casa. Clare. Fu la prima volta che la vidi: graziosa, non molto alta, capelli raccolti in un piccolo chignon sulla testa. Non mi ricordo portasse gioielli o avesse uno degli abiti sfarzosi che andavano tanto di moda in quel periodo. In effetti era una ragazza semplice, forse troppo semplice per quel periodo, ma non me ne preoccupai, anzi. Apprezzavo molto quella sottile ingenuità che quella ragazza ancora sapeva mantenere. Pura illusione di ciò che era in realtà, uno specchio per le allodole, forse. O forse, semplicemente, lei era così, e l’altra risultava essere solo la somma di una serie di fatti che avrebbero inevitabilmente cambiato chiunque. Due storie diverse le nostre, ma così simili sotto certi aspetti. Ciò che lei non sapeva era quello che stavamo vivendo noi, come io non sapevo ciò che lei serbava nel cuore. Entrò nella mia vita, pura e dolce come l’acqua di montagna. Parlammo per ore di qualsiasi cosa: arte, moda, passeggiate in campagna, fiori… Quando vide il nostro pianoforte impolverato le si illuminarono gli occhi. Senza chiedere nulla a nessuno, tolse il lungo panno che lo copriva, facendo scivolare per terra, alzando una nube di polvere, e alzando l’asse che copriva i tasti. Prese un fazzoletto dalla tasca e lo fece passare sui tasti, facendoli suonare. Rizzò la schiena, tossì leggermente e iniziò a suonare, accompagnando la sua musica con il canto. La sua musica risuonò nelle molte stanze della casa, facendoci scordare tutti i problemi, portandoci su una altra dimensione. Dolce musica, dolce canto che si sarebbe trasformata nel suo ventre in abilità di dipingere. La sua musica mi risuona tutt’ora nella mente, la sua voce resterà per sempre nel mio cuore. Quando smise di suonare tornai alla dura realtà. Si congedò e portò con se il piccolo raggio di luce che aveva illuminato per poco la nostra oscura vita.

Mio fratello era ormai perso. Leggeva solo libri che parlavano d’immortalità e l’unica donna di cui si sentiva attratto era Beldara, antica donna zingara ormai persa nelle ceneri del tempo. Mia madre era morta da due giorni e il funerale si sarebbe tenuto il giorno dopo. Da quel giorno di primavera, la ragazza non si era più vista. Volevo rivedere quella ragazza, quella dolce creatura che mi aveva fatto scordare i miei affanni solo comparendomi davanti. Salutai mio fratello (non ricambiato) e mi ritirai in camera. La cameriera aveva preparato il vestito per il giorno dopo, appoggiato su una sedia sotto alla finestra. Io mi preparavo a una notte bianca intervallata da incubi neri.

La bare venne calata nella buca mentre il prete spargeva l’acqua santa e pregava per la pace dell’anima di mia madre. Il facchino (o il custode, non sapevo riconoscere i due gemelli) iniziò a ricoprirla con la terra. I parenti, a molti dei quali non associavo il nome, iniziarono con le condoglianze, con le pacche sulla schiena e gli abbracci consolatori. Durante tutta la cerimonia, mio fratello rimase a guardare il tumulo, in una sorta di trance. Sapevo che la morte di nostra madre aveva traumatizzato più lui che me, e avevo paura delle conseguenze. Sospirando, decisi di avvicinarmi, ma qualcos’altro mi fece scordare delle mie intenzioni: la pianista correva fra le tombe e sembrava in ansia per qualcosa. Decisi di seguirla ma in poco tempo, non so come in un cimitero, la persi di vista. Sconsolato tornai a casa. Cosa ci faceva in un cimitero? Meglio, perché correva in un cimitero?

Passai l’ennesima notte insonne. Stavolta decisi di uscire, non volevo né riuscivo a stare ancora in casa. Faceva freddo in giardino, la brina già copriva il prato, la luna brillava e io avevo la mente svuotata. Non pensavo a nulla, finché non vidi mio fratello inoltrarsi nel boschetto vicino casa e sparire. Lo inseguii.

“Fermati, ormai è perduto”

Mi voltai sorpreso. Era Clare e le chiesi cosa intendesse dire.

“Ormai è caduto nell’incantesimo di Beldara. Nessuno può più salvarlo. Mi dispiace, il suo desiderio di vederla è troppo forte. E gli sarà fatale.”

“Tu? Come sai queste cose?”

“Cerco anch’io l’immortalità, come tuo fratello. Solo chi è immortale può uccidere i mostri. Solo loro ne hanno la forza.”

“Perché vorresti uccidere mostri?”

“Durante una notte di luna piena, proprio come questa, dei licantropi hanno sbranato la mia famiglia. Erano in preda all’ira e così la mia famiglia, che tanto aveva fatto per la Chiesa, finì sbranata perché i sacerdoti della nostra città, un po’ per paura, un po’ perché credevano fossero solo sciocchezze, non inviarono per tempo le armi benedette che ci servivano per sconfiggere Loro!”

“Loro?”

“I vampiri. Ma non sono Loro i miei nemici, lo sono i licantropi.”

“Vuoi diventare vampiro per uccidere i licantropi?” Era un’assurdità! Ma detta da lei…

“Sì. Voglio la mia vendetta, non sui licantropi ma sul licantropo che ha ucciso la mia famiglia.”

Si voltò e tornò a casa. Mi girai. Solo allora mi accorsi che la brina era scomparsa. E di mio fratello non c’era più traccia, il suo passaggio non aveva lasciato orme. Tornai in casa e passai la notte seduto, a leggere il libro che tanto affascinava mio fratello. Non la rividi per molte settimane, mio fratello era sparito e io mi ritrovavo da solo in una casa enorme. Per la polizia si era ucciso buttandosi nel fiume. A quanto pare i problemi di mio fratello erano conosciuti. Iniziai a pensare che nessuno in questo villaggio fosse sano. Un vecchio pazzo andava blaterando che una terribile catastrofe stava per verificarsi. Il villaggio era stato presa di mira da tutti i demoni, la presenza di Beldara e delle streghe che lo infestavano, avevano attirato spiriti maligni e altre streghe. Il vento del sospetto si alzava e soffiava su ogni casa, entrava nelle finestre e pervadeva gli abitanti di dubbi e sospetti su coloro che erano stati amici da sempre. A quando la prima accusa di stregoneria? Decisi di andarmene, tornare in una grande città dove erano anni che nessuno moriva più sul rogo.

Durante la notte, un ululato mi svegliò. Quel suono aveva squarciato la notte, come un fulmine durante una giornata estiva. Il proprietario doveva essere grosso, affamato e vicino. Mi affacciai alla finestra e quello che vidi mi fece cambiare idea su tutto. Clare scendeva in picchiata su un lupo retto sulle due zampe e alto due metri e mezzo circa. Clare colpì il lupo che si accasciò a terra e tornò a essere uomo. Non lo conoscevo di nome, ma lo avevo visto molte volte gironzolare nei quartieri più bui e uscire sempre ubriaco dalle locande.

Calre mi guardò e mi fece cenno di scendere. Cosa mi spinse a farlo? Sapevo che era sbagliato, non dovevo andare, tutto mi diceva di prendere aglio, croci e quant’altro la tradizione dice possa uccidere un vampiro. L’unica cosa che feci fu aprire la porta e farla entrare.

Era pallida, molto pallida, ma non malata. Occhi scurissimi, capelli corvini tutto di lei rappresentava la notte.

“Se resterai qui, gli abitanti ti uccideranno! Sono tutti convinti che streghe e demoni stiano arrivando richiamati da Beldara!”

Clare sorrise. Era rimasta la dolce fanciulla di sempre. Come potei pensare che si fosse trasformata in un vampiro?

“Non preoccuparti per me, preoccupati piuttosto per loro se oseranno attaccarmi. Streghe e demoni non sono attirati da Beldara, anzi. Tutti sperano di arrivare al suo libro di magia. Ora che lei è morta, la barriera che proteggeva il villaggio è caduta. Tutti desiderano il potere di Beldara, potere che è di diritto di tuo fratello ora, poiché è lui l’assassino di Beldara.”

Io iniziai a tossire, i polmoni erano in fiamme. Le chiesi: “Mio fratello? Lui ha ucciso una potente strega?”

“Sì. Beldara si è innamorata di lei, e ora lui ha tutto ciò che ha sempre sognato: l’immortalità. “

Io tossii di nuovo.

“Tubercolosi”

“Come?”

“Tubercolosi. Ogni malattia ha un odore particolare. Tubercolosi.”

“Tubercolosi? Io?”

“E chi altri? Io? Che posso rigenerarmi? “

“Ma sei davvero un vampiro?”

“Sì.”

Si girò e chiuse la porta. Andò verso la stanza con il piano e si mise a suonare. Era migliorata ancora. Mentre era concentrata a suonare, sentimmo forti colpi alla porta. Qualcuno stava cercando di scardinarla e ci stava riuscendo.

“Ho commesso un errore, non ho pensato al branco.”

La porta venne abbattuta, in pochi attimi il lupo, molto più grosso di quello di prima, abbatté la porta. Per mia sfortuna, mi trovavo davanti a Clare. Il lupo mi squarciò, ma rimasi in vita. Sentii l’uggiolio del lupo e un tonfo. Vidi Clare. Il dolore era forte e non riuscivo a parlare. Il sangue fuoriusciva dalle tre ferite provocate dagli artigli del licantropo, imbrattando la mia vestaglia. Nella mia bocca sentivo il sapore del sangue, ormai era finito tutto.

“A me non piace veder morire la gente, ma per certe persone l’immortalità è una dannazione. Scegli tu: vuoi vivere una vita eterna o vuoi morire qui?”

Ancora adesso non so come, ancora adesso non so perché, la mia risposta: “Fammi tuo!” quella fu la mia prima luna piena.

Soni passati anni e ancora ricordo il dolore subito durante la trasformazione, Clare mi spiegava tutto. Mi disse che il primo vampiro fece un patto con il diavolo, voleva vita eterna e schiavi. Il diavolo lo fece diventare vampiro. Mordendo e bevendo il loro sangue, poteva creare schiavi. Questi non erano vampiri normali, non erano immortali. Potevano essere uccisi molto facilmente lasciandoli morire di fame. Loro sono soggetti alla fame, proprio come i mortali. Ai Puri, il sangue serve solo per rigenerare più in fretta le ferite. Era possibile liberare uno schiavo, il padrone doveva donare il proprio sangue. Con un sorriso aggiunse di non preoccuparmi, lei non voleva schiavi.

Passammo molti anni insieme. Divenne la mia sposa. Più il tempo passava più noi eravamo felici. Ogni tanto ci toccava uccidere dei demoni impazziti, ma trovammo un posto sicuro e lo rimettemmo in sesto. Ci volle davvero tanto tempo, ma il nostro castello era pronto. Purtroppo i licantropi tentarono molte volte di farci guerra. Fummo costretti a creare degli schiavi. Poco dopo nacque la nostra bambina, quella fu la mia seconda luna piena.

La terza e la quarta furono le peggiori. Una notte un licantropo penetrò nel castello e uccise la mia dolce Clare. Fu il giorno in cui dichiarai guerra ai licantropi.

La quarta luna piena, è oggi. Con il corpo della mia bambina in braccio. Ho fatto bene? Avrei potuto mettere da parte il mio odio? Solo ora mi rendo conto: sono di nuovo solo. E stavolta nessuno mi salverà, Clare non verrà. Clare non c’è più. Mia figlia non c’è più.

“Per certe persone l’immortalità è una dannazione”

Adesso sì. C’è solo questa luna piena che accompagna tutti i momenti importanti della mia vita, che mi accompagnerà per il resto dell’eternità.

 
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2 pensieri su “Act. 4 – Luna Piena

  1. Eccomi qui, appena letto anche questa. Bellissima! Tutto nel complesso è così meravigliosamente scritto, piacevole e ogni riga è evocativa ed emozionante.
    Lo adoro! davvero complimenti. ^^

    Liked by 1 persona

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